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Tesori dei giovani

Posté par atempodiblog le 28 février 2011

Tesori dei giovani dans Citazioni, frasi e pensieri San-Giovanni-Bosco

“Tesori dei giovani sono castigate parole e caste azioni.
Coloro che hanno un parlare insensato e lubrico assai difficilmente si correggono”.

San Giovanni Bosco

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Mai disperare

Posté par atempodiblog le 28 février 2011

Sarà santo Giustino Russolillo, il fondatore dei Vocazionisti dans Articoli di Giornali e News IMG-4668

“Mai disperare della riparazione di ogni peccato passato, dalla estirpazione di ogni peccato presente, dalla preservazione di ogni peccato possibile”.

Don Giustino Maria Russolillo

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Vivere con i piedi per terra e il cuore in Cielo

Posté par atempodiblog le 28 février 2011

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Nella Liturgia odierna riecheggia una delle parole più toccanti della Sacra Scrittura. Lo Spirito Santo ce l’ha donata mediante la penna del cosiddetto “secondo Isaia”, il quale, per consolare Gerusalemme abbattuta dalle sventure, così si esprime: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,15). Questo invito alla fiducia nell’indefettibile amore di Dio viene accostato alla pagina, altrettanto suggestiva, del Vangelo di Matteo, in cui Gesù esorta i suoi discepoli a confidare nella provvidenza del Padre celeste, il quale nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli del campo, e conosce ogni nostra necessità (cfr 6,24-34). Così si esprime il Maestro: “Non preoccupatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno”.

Di fronte alla situazione di tante persone, vicine e lontane, che vivono in miseria, questo discorso di Gesù potrebbe apparire poco realistico, se non evasivo. In realtà, il Signore vuole far capire con chiarezza che non si può servire a due padroni: Dio e la ricchezza. Chi crede in Dio, Padre pieno d’amore per i suoi figli, mette al primo posto la ricerca del suo Regno, della sua volontà. E ciò è proprio il contrario del fatalismo o di un ingenuo irenismo. La fede nella Provvidenza, infatti, non dispensa dalla faticosa lotta per una vita dignitosa, ma libera dall’affanno per le cose e dalla paura del domani. E’ chiaro che questo insegnamento di Gesù, pur rimanendo sempre vero e valido per tutti, viene praticato in modi diversi a seconda delle diverse vocazioni: un frate francescano potrà seguirlo in maniera più radicale, mentre un padre di famiglia dovrà tener conto dei propri doveri verso la moglie e i figli. In ogni caso, però, il cristiano si distingue per l’assoluta fiducia nel Padre celeste, come è stato per Gesù. E’ proprio la relazione con Dio Padre che dà senso a tutta la vita di Cristo, alle sue parole, ai suoi gesti di salvezza, fino alla sua passione, morte e risurrezione. Gesù ci ha dimostrato che cosa significa vivere con i piedi ben piantati per terra, attenti alle concrete situazioni del prossimo, e al tempo stesso tenendo sempre il cuore in Cielo, immerso nella misericordia di Dio.

Cari amici, alla luce della Parola di Dio di questa domenica, vi invito ad invocare la Vergine Maria con il titolo di Madre della divina Provvidenza. A lei affidiamo la nostra vita, il cammino della Chiesa, le vicende della storia. In particolare, invochiamo la sua intercessione perché tutti impariamo a vivere secondo uno stile più semplice e sobrio, nella quotidiana operosità e nel rispetto del creato, che Dio ha affidato alla nostra custodia.

Benedetto XVI
Fonte: Vatican.va

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Un lampo nell’eterno

Posté par atempodiblog le 27 février 2011

Un lampo nell'eterno dans Citazioni, frasi e pensieri Blessed-Moscati

«Ma la vita fu definita un lampo nell’eterno. E la nostra umanità, per merito del dolore di cui è pervasa, e di cui si saziò Colui che vestì la nostra carne, trascende dalla materia, e ci porta ad aspirare una felicità oltre il mondo.
Beati quelli che seguono questa tendenza della coscienza, e guardano all’al di là dove saranno ricongiunti gli affetti terreni che sembrano precocemente infranti».

San Giuseppe Moscati

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Non è un paese per preti. La chiesa italiana senza seminaristi

Posté par atempodiblog le 25 février 2011

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Aumentano i cattolici nel mondo, ma in occidente, in Europa e nell’America del nord, è vertiginoso il calo delle vocazioni, ovvero di coloro che entrano nei seminari con lo scopo di diventare sacerdoti. E’ quanto si può leggere dentro i dati presenti all’interno dell’Annuario pontificio del 2011 (nelle librerie nei prossimi giorni), un tomo rosso di oltre duemila pagine che elenca tutti i Pontefici del passato, i membri dei “ministeri” della curia romana, i nomi dei cardinali e dei vescovi di tutto il mondo, le ambasciate e gli istituti religiosi. Nel Medio Evo esisteva il Liber Pontificalis, una serie di brevi voci biografiche sui Papi, altro non era che un antesignano dell’Annuario pubblicato dalla Santa Sede dall’inizio del secolo scorso.

Il calo dei seminaristi è grave anche in Italia. Tanto che in molti dentro le sacre mura si domandano: cosa succederà di qui in avanti? Passano gli anni e l’età media dei sacerdoti aumenta di parecchio. Il risultato è che le parrocchie non hanno più preti che le tengano aperte. C’è chi sostiene che il problema è dei vescovi, che occorrono insomma presuli capaci di suscitare vocazioni nei giovani. Vescovi che lavorino per la formazione dei preti, che curino questo aspetto a discapito di altri. Ma, a guardare i numeri, non è detto che la soluzione risieda soltanto qui. La penuria dei seminaristi è generalizzata, è presente in tutte le diocesi, qualsiasi sia il “colore” o la bravura del vescovo residente.

Milano è la diocesi tra le più popolose dell’Italia. Venegono, il prestigioso seminario ambrosiano fino a qualche decennio fa frequentato da frotte di seminaristi che divenivano preti tra i più preparati e all’avanguardia, è quasi vuoto. In tutto il numero dei seminaristi dichiarato (il numero riportato è solitamente leggermente in eccesso) è di 139 unità. Non se la passano meglio le altre diocesi italiane, anche quelle più prestigiose. Nella Torino dei grandi “santi sociali” – don Bosco, Cottolengo, Cafasso, Murialdo, Faà di Bruno – i seminaristi sono appena 21. A Genova 14, a Firenze 29, a Bologna 15, a Venezia 21, a Palermo 40. Sempre guardando i numeri in rapporto alla popolazione, le cose vanno un po’ meglio a Napoli dove i seminaristi sono 91, un numero che comunque non consente chissà quali brindisi.
Qualche giorno fa l’Annuario pontificio è stato presentato in Vaticano calcando la mano, giustamente, sui dati mondiali che restano buoni. I fedeli battezzati nel mondo sono passati da 1,166 miliardi nel 2008 a 1,181 miliardi l’anno seguente, con un aumento assoluto di 15 milioni di fedeli e un incremento percentuale pari all’1,3 per cento. Sono aumentati anche i vescovi: dal 2008 al 2009 si è passati da 5.002 a 5.065, con un aumento dell’1,3 per cento. Il continente più dinamico risulta quello africano (più 1,8 per cento), seguito dall’Oceania (più 1,5), Europa (più 1,3), America (più 1,2) e Asia (più 0,8). La popolazione sacerdotale rimane sul trend di crescita moderata inaugurata nel 2000, dopo un lungo periodo di risultati piuttosto deludenti. Il numero dei sacerdoti, sia diocesani che religiosi, è salito nel corso degli ultimi dieci anni dell’1,34 per cento a livello mondiale, passando da 405.178 nel 2000 a 410.593 nel 2009. In particolare, tra il 2008 e il 2009, i sacerdoti sono aumentati dello 0,34 per cento, con tendenze variabili da continente a continente. Qui sta il punto: occorre entrare dentro i dati dei continenti per accorgersi delle difficoltà soprattutto occidentali. Il continente da dove un tempo partivano i missionari con destinazione il mondo intero, ovvero l’Europa, nei prossimi anni non potrà fare altro che aprire le proprie porte a una contro evangelizzazione, quella dalle chiese africane, asiatiche e sudamericane verso di sé. In ballo c’è la sua sopravvivenza.

di Paolo Rodari – Il Foglio

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L’immagine di Gesù Misericordioso

Posté par atempodiblog le 22 février 2011

L'immagine di Gesù Misericordioso dans Misericordia Ges-confido-in-Te

22 FEBBRAIO 1931. La sera, stando nella mia cella, vidi il Signore Gesù vestito di una veste bianca: una mano alzata per benedire, mentre l’altra toccava sul petto la veste, che ivi leggermente scostata lasciava uscire due grandi raggi, rosso l’uno e l’altro pallido. Muta tenevo gli occhi fissi sul Signore; l’anima mia era presa da timore, ma anche da gioia grande. Dopo un istante, Gesù mi disse: «Dipingi un’immagine secondo il modello che vedi, con sotto scritto: Gesù confido in Te! Desidero che questa immagine venga venerata prima nella vostra cappella, e poi nel mondo intero. Prometto che l’anima, che venererà quest’immagine, non perirà. Prometto pure già su questa terra, ma in particolare nell’ora della morte, la vittoria sui nemici. Io stesso la difenderò come Mia propria gloria». Quando ne parlai al confessore, ricevetti questa risposta: «Questo riguarda la tua anima». Mi disse così: “Dipingi l’immagine divina nella tua anima”. Quando lasciai il confessionale, udii di nuovo queste parole: «La Mia immagine c’è già nella tua anima. Io desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l’immagine, che dipingerai con il pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia. Desidero che i sacerdoti annuncino la Mia grande Misericordia per le anime dei peccatori. Il peccatore non deve aver paura di avvicinarsi a Me».  «Le fiamme della Misericordia Mi divorano; voglio riversarle sulle anime degli uomini». Poi Gesù si lamentò con me dicendomi: «La sfiducia delle anime Mi strazia le viscere. Ancora di più Mi addolora la sfiducia delle anime elette. Nonostante il Mio amore inesauribile non hanno fiducia in Me. Nemmeno la Mia morte è stata sufficiente per loro. Guai alle anime che ne abusano!».

Santa Faustina Kowalska

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Guardarsi dall’indagare curiosamente la vita degli altri

Posté par atempodiblog le 20 février 2011

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1.     Figlio, non essere curioso; non prenderti inutili affanni. Che t’importa di questo e di quello? « Tu segui me » (Gv 21,22). Che ti importa che quella persona sia di tal fatta, o diversa, o quell’altra agisca e dica così e così? Tu non dovrai rispondere per gli altri; al contrario renderai conto per te stesso. Di che cosa dunque ti vai impicciando? Ecco, io conosco tutti, vedo tutto ciò che accade sotto il sole e so la condizione di ognuno: che cosa uno pensi, che cosa voglia, a che cosa miri la sua intenzione. Tutto deve essere, dunque, messo nelle mie mani. E tu mantieniti in pace sicura, lasciando che altri si agiti quanto crede, e metta agitazione attorno a sé: ciò che questi ha fatto e ciò che ha detto ricadrà su di lui, poiché, quanto a me, non mi può ingannare.

2.     Non devi far conto della vanità di un grande nome, né delle molte amicizie, né del particolare affetto di varie persone: tutte cose che sviano e danno un profondo offuscamento di spirito. Invece io sarò lieto di dirti la mia parola e di palesarti il mio segreto, se tu sarai attento ad avvertire la mia venuta, con piena apertura del cuore. Stai dunque in guardia, veglia in preghiera (1 Pt 4,7), e umiliati in ogni cosa (Sir 3,20).

Imitazione di Cristo

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Il tempo che passa

Posté par atempodiblog le 20 février 2011

Il tempo che passa dans Citazioni, frasi e pensieri 1z4zfcy

Devo parlarvi del tempo, del tempo che passa. La fugacità del cammino su questa terra dovrebbe incitare noi cristiani a trarre maggior profitto dal tempo, non certo ad aver paura del Signore, e ancor meno a considerare la morte una tragica fine.

Un anno che passa — lo si è detto in mille modi, più o meno poetici —, con la grazia e la misericordia di Dio, è un passo avanti verso il Cielo, nostra Patria definitiva. Pensando a questa realtà, comprendo molto bene l’esclamazione di san Paolo ai corinzi: Tempus breve est! [1 Cor 7, 29], come è breve la durata del nostro passaggio sulla terra! Queste parole, per un cristiano coerente, risuonano nel più intima del cuore come un rimprovero per la propria mancanza di generosità, come un costante invito a essere leale.

È davvero breve il tempo che abbiamo per amare, per dare, per riparare. Non è giusto perciò che lo sperperiamo, che gettiamo irresponsabilmente questo tesoro dalla finestra: non possiamo sprecare il momento del mondo che Dio ha affidato a ciascuno di noi.

di San Josemaría Escrivá de Balaguer
Tratto da: josemariaescriva.info

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L’animalismo è l’idolatria del terzo millennio

Posté par atempodiblog le 20 février 2011

“In certe posizioni animaliste a oltranza che teorizzano l’intoccabilità della natura e degli animali si esprime il ritorno alla mitologia, una sorta di eliminazione di millenni di civiltà”.
di Mons. Luigi Negri (Vescovo di S. Marino e Montefeltro)

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Intervista a Mons. Luigi Negri:
“L’uomo postmoderno, spaventato dagli effetti degradanti di un razionalismo che è diventato tecnoscientismo e che tende a considerare la realtà come oggetto di manipolazione, ha cominciato ad affermare la intangibilità del dato naturale, cadendo però in una sorta di idolatria della natura. Alla volontà di dominio sulla natura viene contrapposta la volontà naturale, ma in questo modo si verifica una esaltazione della natura che finisce per avere non la stessa dignità del soggetto umano, ma addirittura superiore. Perché il soggetto umano si sarebbe macchiato del peccato di aver manipolato la natura”.
E in effetti l’ha anche manipolata con conseguenze nefaste…
“Certo, e l’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI lo denuncia con chiarezza. Gli eccidi perpetrati ai danni della natura soprattutto in alcune aree del mondo, sono l’espressione di una volontà di dominio assoluto e cieco sulla natura stessa che ha avuto ripercussioni disastrose anche sugli uomini. La risposta non può però essere l’idolatria della natura, un ambientalismo ideologico che in alcune situazioni, anche in Italia, ha ingessato lo sviluppo, impedito la realizzazione di opere pubbliche e di strade che invece avrebbero migliorato la vita delle persone. Così come il rispetto degli animali e la loro protezione quando siano a rischio di estinzione, sono principi indiscutibili, ma non si può subordinare la vita, la dignità e la libertà degli uomini a quella della natura e degli animali. Tutti gli “ismi”, nella fattispecie anche l’animalismo, così come tutte le assolutizzazioni, nascono da un sostanziale squilibrio all’interno dell’uomo.”
In tanti si battono per salvaguardare gli animali mentre cala il silenzio sulla difesa della vita degli uomini.
“Purtroppo è un’evidenza incontrovertibile: oggi si difendono gli animali, ai quali vengono attribuiti diritti che sono propri dell’uomo, e poi si accetta l’aborto, cinque milioni di italiani non nati di cui quasi nessuno sembra darsi pensiero, oppure le manipolazione genetiche…”
Quale ribaltamento di valori è avvenuto per arrivare a tanto?
“La sacralità e la indisponibilità della vita dell’uomo prima di non essere considerate un valore, vengono stizzosamente percepite come qualcosa che appartiene al passato. Mi sembra questo il ribaltamento, direi esistenziale, al quale si assiste. Dentro l’universo naturale e animale che per una diffusa mentalità corrente costituisce ormai una sorta di unità indifferenziata, vengono quasi a scomparire le differenze fra animali e uomini dotati di ragione e di volontà. Ciò che è sancito nei primi due capitoli del libro della Genesi, cioè la superiorità dell’uomo sugli animali e sulla natura, e che da questo punto di vista appartiene davvero alla cultura universale, resta sullo sfondo. La sacralità della vita sembra qualcosa di poco interessante e la ruota della storia sembra girare nel senso di una natura indifferenziata anziché in quello di un universo chiamato a misurarsi con l’uomo, centro del cosmo e della storia”.
Però l’uomo al centro del cosmo ha dato anche segni di dispotismo.
“Adamo è creato perché possa realizzare pienamente la sua personalità nel dialogo con il mistero di Dio e, contemporaneamente, esercitare nei confronti dell’universo un potere non dispotico e distruttivo, ma finalizzato alla piena realizzazione di sé attraverso un uso intelligente della realtà naturale e animale. Per questo Dio consente all’uomo di dare un nome a tutte le creature, e il nome significa l’identità e destinazione”.
Lei ha parlato di idolatria della natura e degli animali, cosa intende esattamente?
“La forma più diffusa di idolatria, ma anche la più comica, alla quale stiamo assistendo nel terzo millennio, è quella verso la natura e gli animali. Dopo l’idolatria per le ideologie, per le grandi idee e progettualità socio-politiche, ha preso il sopravvento quella naturalista e animalista. Il pensiero debole che costituisce il pane quotidiano della nostra società, non è quello che mette un crisi la metafisica o la scienza, ma è l’adorazione degli animali in natura, delle spiagge da sogno, dei fondali marini e così via. Oggi non ci si scandalizza se un bambino viene gettato nella spazzatura, ma ci si irrita e ci si mobilita per gli animali degli zoo e dei circhi, per i cani abbandonati, per il destino dei pesci e così via. Ma se l’uomo è solo una variabile all’interno del grande orizzonte della natura, siamo davanti alla soppressione della idea fondamentale della metafisica, che cioè tocca all’uomo rivelare l’essere, il mondo, e portarlo al suo senso, al suo destino e utilità ultimi”.
Un ritorno indietro di qualche millennio nella storia del pensiero occidentale?
“A prima dei presocratici e di Aristotele, ma direi meglio a prima del mito, che è la prima forma di intelligenza e afferma la distinzione fra la realtà e l’uomo. Siamo a quella sorta di indistinzione metafisica e fisica fra uomo e natura che caratterizza il buddismo. Jacques Maritain all’inizio del secolo scorso diceva che il buddismo è una forma di pensiero debolissimo e quando l’occidente lo avesse scoperto e gli avesse attribuito un valore fondamentale, quello sarebbe stato il segno della crisi dell’occidente. Mi sembra sia stato un buon profeta. L’embrione della civiltà si forma quando l’uomo prende in qualche modo coscienza di essere di più della realtà naturale ed animale e perciò inizia a non vivere più come un animale. La civiltà comincia quando l’uomo non accetta più un’esistenza raminga nelle caverne, al pari dell’animale, non accetta di morire per le strade ed essere lasciato all’incuria della natura e degli altri animali, ma quando fissa una dimora stabile e quando incomincia ad inumare coloro che sono morti. Questo è il piccolo ma inesorabile passo che indica dice l’uomo supera infinitamente il contesto naturale ed animale”.
Anche l’ammaestramento degli animali è visto come una rottura dello stato di natura e come tale da condannare. Perché?
“Perché alla base c’è un’idea di intoccabilità della natura, considerata come qualcosa di definitivamente compiuto e perciò di divino (nel senso in cui l’ha inteso la filosofia greca). Ma che la natura sia già compiuta è una aberrazione, perché se non si potesse toccarla e usarla, non solo morirebbe l’uomo ma la natura stessa e si estinguerebbero anche gli animali, i quali esistono per una forma di dialettica, a volte anche pesante, visto che quelli più forti divorano i più deboli. Il naturalismo ad oltranza è irrealistico, così come tutti i termini mitologici”.
Roger Scruton sostiene che il pensiero animalista-naturalista dei giorni nostri affonda le sue radici nel secolarismo. Cosa ne pensa?
“Concordo, nel senso che il secolarismo taglia le radici con qualsiasi questione di carattere meta-storico e meta-naturale, provocando una ‘mutilazione’ nell’uomo. Il quale mantiene un’esigenza spirituale profonda, che è quella di superare il finito per trovare nell’assoluto la ragion d’essere del contingente. Un uomo così amputato ha ancora l’esigenza dell’assoluto, che rimane e non può essere sradicata. E siccome questa esigenza ha bisogno di esprimersi, l’idolatria della natura e degli animali diventa un modo per ‘scaricare’ la dimensione religiosa, anche se in modo irragionevole e assolutamente inadeguato. E’ quell’irrazionalismo postmoderno che si contrappone specularmente, come per un movimento del pendolo, all’iper-razionalismo scientista e tecnologico”.
Eppure ci sono anche sacerdoti che firmano manifesti sulla coscienza degli animali.
“Non hanno letto la Bibbia o hanno smarrito l’antropologia cattolica, ma direi l’antropologia naturale, che vede nell’uomo il soggetto adeguato di comprensione e di uso di una realtà diversa da lui e alla quale non può essere ridotto. Mi sembra che siano in crisi non solo la metafisica e la teologia, ma anche quel buonsenso che è il primo alleato di una retta ragione e di una retta fede. Il senso comune capisce che un cammello non è un uomo, che non ha la coscienza di un essere umano. Già San Tommaso parlava di una capacità cogitativa, di ordinamento delle sensazioni, di interiorizzazione del pericolo da parte degli animali, ma la coscienza è altro, è ciò che consente il trascendimento del dato naturale nella sua comprensione definitiva”.
E si può parlare di diritto alla vita per gli animali, così come fa appunto il “manifesto sulla coscienza degli animali”?
“Utilizzare il termine diritto per un animale significa equipararlo al soggetto umano, mentre la natura è governata da una legge che afferma il diritto globale della natura ad essere se stessa e in questo diritto è contenuto anche l’ordine del rapporto fra le varie realtà che fanno parte della natura. Non si può scorporare un diritto degli animali e farlo valere come prioritario”.
Eppure è questo che sta avvenendo.
“Certo, ma perché siamo in presenza di una antropologia animale. Ma questo conferma la perdita totale anche del buonsenso di cui parlavo prima”.
Lei è stato chiamato a far parte del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti. Cosa pensa degli sbarchi che stanno interessando le coste italiane come mai si era verificato in precedenza?
“La Chiesa è provocata dai fatti drammatici ai quali stiamo assistendo, a considerare questi fratelli innanzitutto come interlocutori, soggetti di una rinnovata evangelizzazione. L’ingresso di popolazioni diverse come formazione, etnia, cultura, tradizione religiosa, costituisce una sfida all’occidente ma in particolare alla Chiesa cattolica”.
Ma gli immigrati sono una minaccia o una ricchezza?
“Devono essere sentiti anzitutto dalla Chiesa come una grande e inedita possibilità di evangelizzazione. A questi uomini che giungono a migliaia nel nostro contesto culturale, la Chiesa deve offrire ciò che ha di più caro, che custodisce con fedeltà assoluta e che comunica con una dedizione totale: il mistero di Cristo morto e risorto, redentore dell’uomo e centro del cosmo e della storia. Ma perché questa evangelizzazione sia possibile deve calarsi in un contesto di accoglienza umana nella quale i diritti fondamentali della persona e il rispetto della dignità siano riconosciuti ed attuati. La Chiesa però non esaurisce il suo compito quando gli immigrati e gli itineranti sono stati accolti in maniera umanamente e fisicamente adeguata, ma allorquando sia possibile aprire con essi un dialogo sul loro destino. Io credo che a questa evangelizzazione debba seguire un momento di formazione e maturazione culturale della coscienza personale e sociale, che li renda soggetti vivi e interattivi dentro la vita della società in cui sono entrati, quindi capaci di difendere i propri diritti nel rispetto delle legge e degli ordinamenti della società che li ha accolti”.
C’è il rischio che la Chiesa si confini solo in un ambito di “soccorso” ai bisogni concreti e materiali?
“Questo rischio si corre sempre, ma la Chiesa non è un’agenzia di carattere socio-politico, che si occupa dei diritti delle maggioranze o delle minoranze, ma ha una funzione di evangelizzazione. Se si riuscirà a fare avvertire nella Chiesa e nella società questo nuovo itinerario, credo che si sarà fatto molto sia per la pastorale dei migranti e sia per i migranti stessi”.

di Claudio Monti
Fonte: Circo.it

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Amare Gesù per Gesù

Posté par atempodiblog le 17 février 2011

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Oggi, di innamorati del suo regno celeste, Gesù ne trova molti; pochi invece ne trova di pronti a portare la sua croce. Trova molti desiderosi di consolazione, pochi desiderosi della tribolazione, molti disposti a sedere a mensa, pochi disposti a digiunare. Tutti desiderano godere con Lui, pochi vogliono soffrire per Lui. Molti seguono Gesù fino alla distribuzione del pane, pochi invece fino al momento di bere il calice della passione. Molti guardano con venerazione ai suoi miracoli, pochi seguono l’ignominia della croce. Molti amano Iddio fin tanto che non succedono avversità. Molti lo lodano e lo benedicono soltanto mentre ricevono da lui qualche consolazione; ma, se Gesù si nasconde e li abbandona per un poco, cadono in lamentazione e in grande abbattimento. Invece coloro che amano Gesù per Gesù, non già per una qualche consolazione propria, lo benedicono nella tribolazione e nella angustia del cuore, come nel maggior gaudio spirituale. E anche se Gesù non volesse mai dare loro una consolazione, ugualmente vorrebbero sempre lodarlo e ringraziarlo.

Imitazione di Cristo

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Gioia nella sofferenza

Posté par atempodiblog le 17 février 2011

Gioia nella sofferenza dans Beato Michele Sopocko Padre-Sopocko

La sofferenza, quando viene vissuta senza scopo, di solito bandisce e divora la gioia. Invece la sofferenza, accolta e vissuta con un’intenzione buona, genera una gioia bellissima, purissima e permanente, come la ebbero i martiri.
Tale sofferenza ci avvicina a Dio, al sommo bene, che è il solo a concederci la gioia perenne.
Perciò è la fiducia nella misericordia di Dio che trasforma la sofferenza nella gioia permanente.
E, mediante la giaculatoria “Gesù, confido in Te”, l’anima sofferente viene inondata nel suo profondo da la pace infinita, capace di irradiare esternamente la gioia. Nella tristezza bisogna cercare la consolazione affidandoci con fiducia alla misericordia di Dio, come la trovavano i santi; in tale fiducia si trova il segreto della gioia soprannaturale, nonostante le lacrime amare che continuano a fluire dagli occhi sgomenti. Soltanto Maria Immacolata che ebbe fiducia illimitata, poté inneggiare l’inno di gioia: “il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore”, come cantò non solo quando incontrò la cugina Elisabetta, ma probabilmente anche sotto la croce quando la spada del dolore ne trafisse  il cuore, perché ella sempre lodava  la misericordia di Dio in cui confidava.

Don Michele Sopocko

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Se volete sapere se amate Dio…

Posté par atempodiblog le 15 février 2011

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Dio non prende mai da noi ciò che noi non vogliamo dare. Dobbiamo darlo a lui di nostra libera volontà. Affinchè la nostra obbedienza sia gioiosa e pronta, dobbiamo essere convinte che obbediamo a Gesù…
Se volete sapere se amate Dio, fatevi questa domanda: « Obbedisco? ». Se obbedisco, va tutto bene. Perché? Perché tutto dipende dalla mia volontà. Se divento santa o peccatrice dipende da me. La nostra santità, oltre che dalla grazia di Dio, dipende dalla nostra volontà.
Non perdete tempo in attesa di fare grandi cose per Dio. Non avrai la prontezza di dire sì alle grandi cose se non ti eserciti a dire sì nelle mille occasioni di obbedienza che ti capitano durante la giornata.

Beata Madre Teresa di Calcutta

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Cercare Dio

Posté par atempodiblog le 15 février 2011

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Chi desidera cercare Dio in modo intelligente e vuole davvero trovarlo, non deve permettere ai suoi pensieri di innalzarsi sopra il sole o spaziare per il firmamento, immaginandosi la maestà dì Dio più abbacinante di tanti astri solari messi insieme. Farà bene invece a dimenticarsi del sole e di tutto il firmamento, considerandoli creature che gli sono inferiori, e a pensare a Dio e a sé sul piano spirituale. Se l’anima riesce in ciò, guarda davvero oltre se stessa e vede le realtà supreme.

Anche la parola « dentro » dev’essere intesa allo stesso modo. Si dice comunemente che l’anima dovrebbe vedere Dio in tutte le cose e dentro di sé. È vero che Dio è in tutti gli esseri creati ma non come la polpa è nel guscio della noce o come un oggetto piccolo è contenuto dentro uno grande. Dio si trova in tutte le cose, e con la sua pre­senza le conserva nell’essere, ma è presente in modo spiri­tuale, tramite la potenza della sua natura benedetta e della sua purezza invisibile.

Chiunque desidera cercare Dio dentro il mondo deve dimenticarsi di tutte le cose materiali, tanto effimere, non considerare il proprio corpo e neppure la propria anima; fisserà l’attenzione unicamente sulla natura increata di Dio che lo ha fatto, gli ha dato la vita, lo sostiene nell’essere e gli dà la ragione, la memoria e l’amore.

Tutti questi doni gli giungono attraverso la somma grazia e potenza di Dio. Ecco quale dev’essere il modo di agire dell’anima quando è toccata dalla grazia; altrimenti servirà a ben poco voler cercare Dio dentro di sé o nella sua creazione.

Dalla “Scala della perfezione” di Walter Hilton

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Maria, Madre di infinita bellezza

Posté par atempodiblog le 15 février 2011

Maria, Madre di infinita bellezza dans Fede, morale e teologia Nostra-Signora-di-Lourdes

La bellezza di Maria è assoluta e unica. Include tutte le bellezze dell’universo e le eleva oltre ogni umana concezione. Tuttavia è una bellezza materna. Il volto di Maria, che più di ogni altro riflette la bellezza di Dio, è un volto di madre. Le bellezze umane sono limitate e caduche. La bellezza di Maria è divina e immortale. Quando la Madonna appare, rapisce per lo splendore del suo volto. Ora Maria partecipa della gloria della resurrezione del Figlio, ma come sarà stata la sua bellezza quando era qui sulla terra? Non è certo arbitrario affermare che la piccola fanciulla di Nazareth è stata la persona più bella che mai sia apparsa sulla terra. Di Lei non abbiamo nessuna descrizione, come neppure del Figlio che rifletteva sul volto la somiglianza con la madre. Non sarebbe stato possibile a nessuno descrivere la bellezza sublime di Maria e di Gesù.

La bellezza di Maria non è soltanto quella del corpo, come noi siamo soliti rappresentarla. Essa riguarda l’intera sua persona. E’ una bellezza che sgorga dalle profondità interiori e che sprigiona la sua luce come una sorgente inesauribile. La bellezza di Maria è innanzi tutto spirituale. E’ lo splendore della sua anima immacolata. Quando l’arcangelo Gabriele saluta Maria, la chiama col nome misterioso di “Piena di Grazia”. Che cos’è la grazia se non la bellezza divina di cui viene rivestita l’anima immortale? Maria è rivestita della bellezza di Dio. E’ una bellezza che l’irradiazione della santità. E’ una bellezza senza macchia, senza peccato, senza inganni, senza seduzioni. Come potrebbero gli uomini, immersi nel fango, ma tuttavia assetati di bellezza infinita, non essere affascinati dallo splendore di Maria?

Maria è la “Piena di grazia” fin dal suo apparire sulla terra. Quale sarà stata la sua bellezza di giovane donna? Lo splendore dell’anima si effonde sul volto, nella luce degli occhi, nella bontà del sorriso. Il corpo umano, animato dall’anima, ne riflette lo luminosità naturale. L’anima di Maria, immune da ogni macchia di peccato originale e circonfusa della santità di Dio, quale splendore non avrà riversato sull’intera sua persona? Solo il Cielo ha potuto ammirare la bellezza sublime di Maria nel momento in cui si apre a ricevere il Verbo nel suo grembo. Da quel momento la bellezza divina di Maria è quella della Madre. Il suo volto materno, che Gesù ha contemplato, gli occhi dolcissimi che Egli ha incontrato, il sorriso che l’ha confortato, sono un dono per tutti gli uomini di tutti i tempi.

La bellezza di Maria è una bellezza materna. E’ una bellezza che per sua natura è chiamata a generare. Maria è la “Tutta bella” e il Cielo ci ha donato questa madre perché generasse figli che le assomigliano. Gli uomini sono predestinati a divenire figli di Maria e a riflettere in se stessi la somiglianza con la madre. Maria vuole che ogni suo figlio rifletta il suo splendore di grazia. Le bellezze che gli uomini inseguono sono come quelle dei fiori di primavera, che oggi sono meravigliosi, ma di essi domani non vi è traccia. Le bellezze che incantano gli uomini sono quelle senz’anima, illusorie e destinate alla corruzione. Sono le bellezze dei sepolcri imbiancati.

Guardando al volto della Madre noi comprendiamo che cosa sia la vera bellezza. E’ la bellezza della grazia, della santità, della purezza, della bontà. Sul volto di Maria si riflette l’amore puro e incondizionato. Maria è infinitamente bella perché infinitamente ama. Il suo Cuore di Madre è ricolmo dell’amore di Dio. La bellezza di Maria è la sovrabbondanza dell’amore.

Tratto da: Maria, dolce Madre - Padre Livio Fanzaga

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Facciamo in modo che…

Posté par atempodiblog le 14 février 2011

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Facciamo in modo che la gente non abbia a rimproverarci durezza di stile, arroganza di tratto, violenza di vocabolario, eccessi di piglio autoritario, scrupolosità di burocrati, inflessibilità di decisioni, ritardi nel capire le debolezze del cuore, lentezze nell’entrare nei problemi comuni, lontananza siderale dalla fatica quotidiana del vivere!
Facciamo in modo che la gente, dopo un incontro con noi, abbia l’impressione di essersi incontrata con Cristo.

Don Tonino Bello

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