Folle idea di fare un mondo perfetto

Posté par atempodiblog le 11 octobre 2010

Viaggio alle origini del totalitarismo delle virtù rovesciate
di Benedetta Frigerio – Tempi

Folle idea di fare un mondo perfetto dans Articoli di Giornali e News mondo

Nel 2006 un cristiano evangelico, Stephen Green, fu arrestato per aver volantinato a una manifestazione gay. Nel 2009 il titolo di Miss Usa fu tolto a Carrie Perjean per aver detto che il matrimonio dovrebbe essere tra uomo e donna, anche se è l’America che deve scegliere. Nel 2005 Stephen Meyer, filosofo e biologo con dottorato a Cambridge, pubblicò uno studio che conclude che il disegno intelligente è la spiegazione più ragionevole dell’origine dell’universo e fu rimosso dal suo incarico. Sono solo alcuni delle decine di episodi raccontati da Melanie Phillips, giornalista del Daily Mail e dello Spectator, nel suo ultimo libro, The World Turned Upside Down (Il mondo alla rovescia), da poco pubblicato in Gran Bretagna. «Sono episodi di discriminazione contro ciò che dovrebbe essere naturale e difeso», spiega la Phillips a Tempi. Nel libro, la columnist britannica analizza lucidamente i problemi che affliggono l’Occidente. Mentre oggi, alla luce della recente visita papale nel Regno Unito, dice di aver ritrovato in Benedetto XVI un uomo che «vede esattamente gli stessi mali nella società contemporanea che vedo io», con una via risolutiva.

Nel suo libro scrive che il mondo si sta autodistruggendo da quando l’uomo ha avviato quel processo per cui ragione e fede sono state separate. Questo porterebbe l’uomo alla follia alla negazione della realtà. Può spiegare come?
La realtà, oggi come mai prima d’ora, viene continuamente rimaneggiata. Negata. Per esempio, siamo bombardati di informazioni su un mondo che sta andando incontro a un disastro climatico, quando moltissimi studiosi, emarginati dalla comunità scientifica, con argomentazioni e prove valide, dicono il contrario. Penso, poi, ai tantissimi casi descritti nel mio libro di cristiani perseguitati in Inghilterra. Licenziati perché credenti. Scienziati professionisti abilissimi fatti fuori dalle accademie perché convinti che il mondo abbia un’origine e un ordine. Si cerca di eliminare il trascendente dal reale in nome del razionale, con esito opposto: la follia. Siccome le persone hanno un bisogno profondo, naturale e irriducibile, di credere, quando viene fatto fuori un Dio ragionevole, ci si affida ad appigli irrazionali e non verificabili come l’astrologia, lo sciamanismo, la parapsicologia e quant’altro.

Lei racconta che nelle scuole di giornalismo inglesi, negli anni Ottanta, vi insegnavano: «Se la realtà non risponde all’idea che dovete raccontare, omettetene una parte». In Italia l’allineamento dei media e le battaglie di potere giocate attraverso l’informazione fanno pensare che quel suggerimento sia diventato norma. È anche il caso della stampa britannica?
Non è solo un problema della stampa, è culturale. Di tutti gli intellettuali. Bisogna sopprimere l’evidenza che non corrisponde con la propria ideologia, la quale è sempre legata a un potere da mantenere. Il canale d’informazione inglese Bbc, ad esempio, ha vietato espressamente ai giornalisti di parlare delle teorie che confutano quella del catastrofismo climatico, che per l’editore è un diktat da difendere a priori, che nemmeno i fatti possono confutare. Per quanto riguarda la guerra in Iraq è lo stesso. Nessuno ha dato voce ai giornalisti che hanno trovato reportage e documentazioni sull’esistenza delle armi di distruzione di massa, probabilmente, sempre secondo i documenti, spostate in Siria. Tutto questo viene da un’utopia antica: mentire per creare un mondo perfetto. Un ecologista, di cui scrivo, ha dichiarato esplicitamente che occorreva dire che il clima era in pericolo anche se non era vero, in modo che la gente smetta di abusare del creato, finché si arrivi ad un mondo perfetto, dove tutti si comporteranno bene.

Richard Dawkins, lo scienziato che proponeva di arrestare il Papa non appena avesse messo piede sul suolo inglese, dice che «non si può ammettere l’esistenza di un creatore, perché sarebbe più assurdo pensare a un Dio che non ammetterlo». Lei scrive che questa posizione nasce dal terrore di accettare l’esistenza di un’alterità. Perché tanta paura?
Questa ossessione, che caratterizza la maggioranza degli intellettuali, è per me misteriosa. Capisco, però, che la scienza materialista li fa sentire più sicuri di riuscire a governare la realtà. Argomentare che Dio non esiste, in effetti, significa non ammettere che ci sia qualcosa di incomprensibile e inafferrabile da conoscere. Una cosa così scombina i tuoi calcoli, ti pone degli interrogativi, richiede di cambiare ipotesi o metodo, ti sconcerta.

Se nega l’alterità l’uomo soffre. Lei cita De Lubac che dice: «Non è vero che l’uomo non può organizzare il mondo senza Dio. Quello che è vero è che, senza Dio, lo può solo organizzare contro se stesso». Sembrerebbe una sorta di masochismo. Perché l’umanità e la società occidentale ne sono affetti?
Bè, penso che sia una specie di tracotanza, una totale assenza di umiltà che viene da una gratificazione senza limiti dell’ego, a cui consegue la negazione dell’altro da sé. Questo egoismo rimpiazza la verità con il proprio potere. Così, anziché una società unita dai suoi vincoli, ne abbiamo una frammentata in una serie di ideologie, dove quella del più forte vince: penso all’aborto, agli handicappati, agli anziani, all’odio verso i credenti cristiani e verso gli ebrei. Dà fastidio Dio, un’intelligenza e una moralità da seguire che non gratificano la forza o il potere. Perciò il cristianesimo e il giudaismo sono i loro principali nemici. Peccato che quelle due religioni siano la ragione del nostro esistere. I pilastri della società occidentale. E minandoli ci uccidiamo da soli.

Anche l’islam è una religione. Perché non è altrettanto attaccata dagli intellettuali occidentali?
Perché l’islam non implica l’imprevisto. È una religione del potere dove l’uomo non è libero, obbedisce succube a delle regole. E così può essere usata dall’uomo come una forma di potere e controllo sull’intelligenza altrui.

Nel suo libro lei parla del “totalitarismo della virtù”. Di che si tratta?
Lo spiegano i molti fatti di cronaca, nascosti ai più e raccolti nel mio libro. Se non segui lo stile di vita virtuoso dell’ecologia o della tolleranza sei schiacciato. Racconto dei dipendenti dell’Ipcc (Gruppo consulente intergovernativo sul mutamento climatico, ndr) obbligati a dire bugie. O dei casi di molti cristiani perseguitati in Inghilterra perché seguono determinate regole che danno fastidio a chi non vuole rispettarle. Le vittime e gli aggressori si stanno scambiando di posto. I gruppi che seguono una morale minoritaria, come gli omosessuali ad esempio, con la pretesa, non tanto di essere rispettati, ma di essere considerati come ciò che non sono, stanno discriminando la maggioranza di coloro che vivono in modo diverso dal loro. È una specie di totalitarismo delle finte virtù. Una bella utopia che sta rivelando la sua violenza. Siamo praticamente costretti ad essere immorali, atei e innaturali per essere accettati dalla società.

Secondo lei la tradizione giudaico-cristiana sarebbe la ragione del nostro progresso. La cultura, le opere e la scienza occidentali sono il frutto di un rapporto nuovo tra l’uomo e Dio: un Dio buono, razionale che lascia l’uomo libero.
È così. E per questo credo che le persone che hanno più responsabilità siano i cristiani e gli ebrei. Devono trovare al più presto il modo per unirsi e parlare insieme con coraggio, trovando il linguaggio appropriato per raggiungere tutti.

L’idea centrale del suo libro è esattamente la stessa comunicata dal Papa alla sua nazione: «L’educazione non è e non deve essere mai considerata come puramente utilitaristica, (…) riguarda educare alla saggezza. E la vera saggezza è inseparabile dalla conoscenza del Creatore perché “nelle sue mani siamo noi e le nostre parole, ogni sorta di conoscenza e ogni capacità operativa”». Vede dei segni positivi in questo senso?
Penso che ci siano dei segni positivi. Il fatto, per esempio, che il Papa sia stato accolto con tanta benevolenza nel Regno Unito, come onestamente non mi aspettavo, significa che l’Occidente aspetta qualcuno che gli parli di quello che il Pontefice ha testimoniato. Significa che se i leader religiosi trovassero il linguaggio giusto potrebbero fare molto. Incoraggiare e ispirare gli uomini. Far capire loro che ci vogliono una morale e delle regole per vivere bene. Questo è l’unico antidoto all’odio che l’Occidente nutre per se stesso. È questo che potrebbe affascinare le popolazioni islamiche: la ragionevolezza e la libertà, di cui i leader fondamentalisti hanno paura perché minaccerebbero il loro potere.

Un anziano, venuto da Liverpool alla beatificazione di Newman, ha detto a questo giornale: «Benedetto XVI è un uomo di rispetto, ma è un professore. Comunque il Papa che si scomoda per noi è da salutare». Poi ha bofonchiato qualcosa di polemico contro il Vaticano. Dopo la celebrazione, invece, ha confessato: «Sono ammirato, questo Papa è veramente uno di noi, è venuto da noi per noi, una cosa eccezionale». Un ragazzo, dopo la veglia del sabato con il Papa, davanti al silenzio e all’unità percepiti, ha detto: «Io voglio questo per me, ma cos’è? Devo mettermi a capire!». Lei parla di regole, ma non pensa che sia in realtà questa bellezza a convincere gli uomini che una vita vissuta dentro un ordine è desiderabile?
È vero, forse è così: la gente in fondo aspetta qualcosa, e mostrare agli altri l’immenso vantaggio di un’esistenza che ammette la trascendenza potrebbe convincere. Questo potrebbe effettivamente vincere sull’idea falsa, ma prevalente, per cui la fede è la tomba della felicità.

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