La preparazione alla confessione pasquale

Posté par atempodiblog le 15 mars 2010

La preparazione alla confessione pasquale
Arrivare alla Pasqua rinnovati interiormente e pronti ad accogliere nel cuore la pace del Risorto.

La preparazione alla confessione pasquale dans Fede, morale e teologia Confessione

I peccati
Meditiamo innanzi tutto sulla realtà del peccato. I peccati hanno tutti una radice maligna, che è l’allontanamento del nostro cuore da Dio, infinitamente buono e degno di essere amato. I vari peccati hanno un terreno su cui crescono e prosperano. E’ il terreno del nostro cuore pieno di amore di sé e del mondo e vuoto di amore di Dio.
Ci sono i peccati e c’è una situazione esistenziale di peccato permanente: è l’indifferenza, l’ingratitudine, l’oblio, la negazione, l’offesa e persino l’odio verso Colui che ci ha creato e ci ha redento con infinito amore. Come scuoterci da questo stato di morte spirituale che fa del nostro cuore un deserto popolato da aspidi e da scorpioni?
Accogliamo l’invito di Benedetto XVI a pregare davanti alla croce.  Il crocifisso ci rivela la vastità del male che c’è nei nostri cuori, ma anche l’amore prodigo e senza confini di Gesù per noi. Vedendoci così amati, si spezzerà il nostro cuore di pietra e incominceremo anche noi a capire che cosa significhi amare Dio sopra ogni cosa.

Il Sacramento della Riconciliazione
Abbiamo visto come sia importante, per una buona confessione, comprendere la gravità del peccato, la cui radice è l’indifferenza nei confronti di Dio e la chiusura al suo amore. Da qui poi nascono tutti i peccati che gli uomini compiono, perchè il loro cuore è impregnato di amore disordinato di se stessi.
Noi non potremmo mai, con le nostre sole forze, liberarci da questa opprimente schiavitù senza il dono della grazia di Cristo. Egli sulla Croce ci ha ottenuto il perdono del Padre, espiando al nostro posto e a nostro favore. Il Risorto, apparendo ai discepoli rinchiusi nel cenacolo, ha conferito loro il potere di rimettere i peccati. Questo è il grande dono della redenzione, che ci offre l’abbondanza della grazia e della pace di Dio, in attesa della vita eterna.
Nel Sacramento della confessione ci viene donato il perdono di Dio, gratuitamente e incondizionatamente, che comprende anche i peccati più gravi che una persona possa commettere. Basta il pentimento del cuore e l’impegno per una vita nuova.
Da qui si comprende come il Sacramento della riconciliazione sia un dono immenso della Divina Misericordia. Esso deve entrare come mezzo irrinunciabile di santificazione nel nostro cammino cristiano. Sarebbe temerario non approfittare di un dono di grazia così grande.
Guardiamo dunque alla confessione pasquale come a una grande opportunità e disponiamoci a celebrarla con grande fervore.

Esame di coscienza
Il Sacramento della Riconciliazione prevede sei passi successivi: l’esame di coscienza, il dolore dei peccati, il proposito di non peccare più, la confessione, l’assoluzione e infine la penitenza.
L’esame di coscienza riguarda i peccati commessi dall’ultima confessione ben fatta. Esso deve innanzi tutto riguardare i peccati mortali che, per la loro gravità, hanno dato la morte spirituale all’anima. Tuttavia, in particolare per coloro che sono già impegnati nel cammino di conversione, è necessaria una messa a fuoco anche dei peccati veniali, specie quando sono un sintomo di tiepidezza  e disarmano l’anima nel combattimento spirituale.
L’esame di coscienza va preparato alla luce della Parola di Dio: passando in rassegna i Dieci Comandamenti, meditando sul Discorso della Montagna e soffermandosi su quelle opere della carne ( i vizi capitali) che, secondo gli insegnamenti apostolici, portano alla perdizione.
L’esame di coscienza in preparazione alla confessione sarà facile e fruttuoso se ogni giorno, in particolare in chiusura di giornata, ci saremo abituati a presentare alla Divina Misericordia il male commesso. In questo modo ci abitueremo a tenere una coscienza vigile che, senza cadere negli scrupoli, sa prontamente discernere il bene dal male.
L’esame di coscienza ha bisogno di una preparazione remota, in modo tale che, quando ci rechiamo in chiesa per la confessione, siamo già adeguatamente preparati.

Il dolore dei peccati
Dopo l’esame di coscienza, col quale abbiamo  messo a fuoco il male commesso, è necessario esprimere a Dio, Padre infinitamente buono, il nostro profondo dispiacere per non aver corrisposto al suo amore nell’obbedienza alla sua volontà.
Guardando al Crocifisso ci renderemo conto di quanto siamo amati. Gesù è l’Agnello di Dio che ha portato su di sé tutti i peccati del mondo, anche i nostri e li ha espiati al nostro posto e per nostro amore. Per questo nella confessione tutto ci viene perdonato, purché ci sia un vero pentimento.
Perchè il dolore sia autentico è necessario il proposito di non peccare più. Forse non ci riusciremo subito, ma è necessario presentare a Dio la nostra buona volontà di cambiare vita. Sarà forse un lungo cammino, ma l’importante è incominciarlo.
Il dolore dei peccati e il proponimento di non peccare più sono il cuore del sacramento della penitenza. Dovremmo esercitarci in questo al termine di ogni giornata, per evitare di cadere nella tiepidezza.
Così interiormente preparati,  saremo pronti per accostarci al sacramento vero e proprio e fare l’esperienza ineffabile della Divina Misericordia.

La confessione
Con essa  partecipiamo alla morte e alla resurrezione di Gesù. La morte al peccato e la resurrezione alla vita divina della grazia.
Presentiamo al Crocifisso tutto il male che ha inquinato la nostra vita, perché lo distrugga con il suo amore e il suo perdono. Immergiamoci nel mare della sua infinita misericordia.
Ringraziamo Gesù che ha sofferto al nostro posto e per nostro amore, ridonandoci la divina figliolanza e la vita eterna. Chiediamo in questi giorni la grazia di un cuore pieno di gratitudine.
Lasciamoci abbracciare da Gesù e stringerci al suo Cuore, in modo tale che non ci allontaniamo mai più finché non ci ritroveremo con Lui in cielo.
Chiediamo la grazia che nel nostro cuore il desiderio di Lui e della sua amicizia sia più forte di ogni altro.
Accogliamo con gioia l’assoluzione del sacerdote che ci dona il perdono che Gesù ha donato al mondo dall’alto della croce.
La pace della Pasqua incomincerà a inondare i nostri cuori e a diffondersi intorno a noi.

Padre Livio Fanzaga

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Sempre più in alto

Posté par atempodiblog le 13 mars 2010

Sempre più in alto dans Fede, morale e teologia Jean-Marie-Baptiste-Vianney-Curato-d-Ars

Il cuore va verso ciò che ama di più: l’orgoglioso verso gli onori, l’avaro verso le ricchezze, il vendicativo verso la vendetta, l’impudico verso i cattivi piaceri. E il buon cristiano, a cosa pensa? Verso cosa sarà indirizzato il suo cuore? Verso il cielo, dove si trova il suo Dio che è il suo tesoro.

I buoni cristiani sono come quegli uccelli che hanno ali grandi e zampe piccole, per cui non si posano mai, altrimenti non potrebbero più levarsi in volo e rischierebbero di essere presi. Per questo, fanno i loro nidi sui costoni di roccia. Allo stesso modo, il cristiano deve mantenere i suoi pensieri su vette altissime; se scende verso terra, viene  preso.

L’uomo era stato creato per il cielo: il demonio ha rotto la scala che conduceva al cielo.

Tratto da: Curato d’Ars, Pensieri scelti e fioretti, ed. San Paolo

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Come una violetta

Posté par atempodiblog le 10 mars 2010

Come una violetta dans Citazioni, frasi e pensieri Santa-Faustina-Kowalska-segretaria-e-apostola-della-sua-Misericordia

Preferisco essere uno zimbello insignificante in convento, piuttosto che una regina nel mondo.
Nasconderò agli occhi della gente tutto ciò che farò di buono, in modo che Dio solo sia la mia ricompensa. Come una modesta violetta nascosta fra l’erba, che non ferisce il piede dell’uomo che la calpesta, ma emana profumo e, dimenticando completamente se stessa, cerca di essere gentile con la persona che l’ha calpestata. Per la natura umana ciò è molto gravoso, ma la grazia dì Dio ci viene in aiuto.

Santa Faustina Kowalska

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Grazie a ciascuna donna per ciò che essa rappresenta nella vita dell’umanità.

Posté par atempodiblog le 8 mars 2010

La Chiesa vede in Maria la massima espressione del «genio femminile» e trova in Lei una fonte di incessante ispirazione.

Grazie a ciascuna donna per ciò che essa rappresenta nella vita dell'umanità. dans Citazioni, frasi e pensieri reginay

Grazie a te, donna-madre, che ti fai grembo dell’essere umano nella gioia e nel travaglio di un’esperienza unica, che ti rende sorriso di Dio per il bimbo che viene alla luce, ti fa guida dei suoi primi passi, sostegno della sua crescita, punto di riferimento nel successivo cammino della vita.

Grazie a te, donna-sposa, che unisci irrevocabilmente il tuo destino a quello di un uomo, in un rapporto di reciproco dono, a servizio della comunione e della vita.

Grazie a te, donna-figlia e donna-sorella, che porti nel nucleo familiare e poi nel complesso della vita sociale le ricchezze della tua sensibilità, della tua intuizione, della tua generosità e della tua costanza.

Grazie a te, donna-lavoratrice, impegnata in tutti gli ambiti della vita sociale, economica, culturale, artistica, politica, per l’indispensabile contributo che dai all’elaborazione di una cultura capace di coniugare ragione e sentimento, ad una concezione della vita sempre aperta al senso del «mistero», alla edificazione di strutture economiche e politiche più ricche di umanità.

Grazie a te, donna-consacrata, che sull’esempio della più grande delle donne, la Madre di Cristo, Verbo incarnato, ti apri con docilità e fedeltà all’amore di Dio, aiutando la Chiesa e l’intera umanità a vivere nei confronti di Dio una risposta « sponsale », che esprime meravigliosamente la comunione che Egli vuole stabilire con la sua creatura.

Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.

Giovanni Paolo II

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Il fratellino

Posté par atempodiblog le 7 mars 2010

Il fratellino dans Don Bruno Ferrero Il-fratellino

Una giovane madre era in attesa del secondo figlio.
Quando seppe che era una bambina, insegnò al suo bambino primogenito, che si chiamava Michele, ad appoggiare la testolina sulla sua pancia tonda e cantare insieme a lei una «ninna nanna» alla sorellina che doveva nascere.
La canzoncina che faceva «Stella stellina, la notte si avvicina…» piaceva tantissimo al bambino, che la cantava più volte.
Il parto però fu prematuro e complicato. La neonata fu messa in una incubatrice per cure intensive. I genitori trepidanti furono preparati al peggio: la loro bambina aveva pochissime probabilità di sopravvivere.
Il piccolo Michele li supplicava: «Voglio vederla! Devo assolutamente vederla!».
Dopo una settimana, la neonata si aggravò ancor di più. La mamma allora decise di portare Michele nel reparto di terapia intensiva della maternità. Un’infermiera cercò di impedirlo, ma la donna era decisa e accompagnò il bambino vicino al lettino ingombro di fili e tubicini dove la piccola lottava per la vita. 
Vicino al lettino della sorellina, Michele istintivamente avvicino il suo volto a quello della neonata e cominciò a cantare sottovoce: «Stella stellina…».
La neonata reagì immediatamente. Cominciò a respirare serenamente, senz’affanno.
Con le lacrime agli occhi, la mamma disse: «Continua, Michele, continua!».
Il bambino continuò. La bambina cominciò a muovere le minuscole braccine.
La mamma e il papà piangevano e ridevano nello stesso tempo, mentre l’infermiera incredula fissava la scena a bocca aperta.
Qualche giorno dopo, la piccola entrò in casa in braccio alla mamma, mentre Michele manifestava rumorosamente la sua gioia.
I medici della clinica, imbarazzati, lo definirono con parole difficili. La mamma e il papà sapevano che era stato semplicemente un miracolo. Il miracolo dell’amore di un fratello per una sorellina tanto attesa.

Possiamo vivere soltanto se siamo sicuri che c’è qualcuno che ci attende.
È una delle più belle frasi di Gesù: «Io vado a prepararvi un posto. Così anche voi sarete dove io sono» (Giovanni 14,2-3).

di Bruno Ferrero - I fiori semplicemente fioriscono

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La salsa sulla tovaglia

Posté par atempodiblog le 7 mars 2010

La salsa sulla tovaglia dans Cardinale Gianfranco Ravasi tovaglia

La buona educazione non sta tanto nel non versare della salsa sulla tovaglia, ma piuttosto nel non accorgersi se lo fa qualcun altro. «L’educazione di un popolo si giudica dal contegno ch’egli tien per la strada», ammoniva Edmondo De Amicis nel suo vetusto Cuore. Se così fosse, non avremmo di che gloriarci ai nostri giorni. Lo stare a tavola è l’altra cartina di tornasole classica per la verifica del galateo. Qui ci viene incontro la frase sopra riportata, desunta dai Quaderni del grande scrittore russo Anton Cechov (1860-1904). L’idea è abbastanza originale perché non si ferma sul mero comportamento esteriore ma sullo stile. Non far pesare un difetto o una mancanza altrui è segno di finezza e di generosità. Anche Gesù ironizza su chi s’accanisce a togliere la pagliuzza dall’occhio altrui, senza accorgersi della propria grossolanità. Sì, perché spesso chi rimarca i limiti degli altri è, in proprio, un individuo zotico, rozzo, cafone. Purtroppo ai nostri giorni, con la scusa di combattere il formalismo, si è caduti nella sbracataggine e nella volgarità. Se poi si vede una manchevolezza in un’altra persona, si è subito pronti a cavalcarla in modo sguaiato, attaccando negli altri ciò che noi stessi per primi allegramente pratichiamo. Alla radice di tutto c’è, comunque, la mancanza di stile, di dignità. Un’assenza che spesso parte dall’alto, da certi comportamenti pacchiani e stolidi di politici e di persone dello spettacolo, e si dirama diffondendosi nei gesti quotidiani di tutti, creando così un’atmosfera generale sboccata, scurrile e triviale.

di Gianfranco Ravasi

 

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«Questo è mio!»

Posté par atempodiblog le 7 mars 2010

«Questo è mio!» dans Racconti e storielle donbosco

Nell’aprile del 1885 Don Bosco si trovava di passaggio a Marsiglia. Era circa la mezzanotte. Don Francesco Cerruti, che lo accompagnava, stava per andare a letto quando lo colpì un grido. Sulle prime credette che venisse da un prete malaticcio, ospite della casa. Ma lo udi più forte, a modo di urlo, poco dopo più forte ancora. Senza dubbio partiva dalla camera di Don Bosco, attigua alla sua. Si veste, va alla camera di Don Bosco, entra e lo vede seduto sul letto e sveglio.
— Don Bosco, sta male?
— No — risponde —, torna a dormire tranquillo.
Al mattino, appena alzato, va da lui e lo trova seduto sul sofà in uno stato di grandissima prostrazione.
— Don Bosco, è ben lei che ha gridato stanotte?
— Sì, sono io — gli risponde ancora tutto contraffatto nel volto.
— Ma che cosa è avvenuto?
— Ho veduto — disse tutto serio Don Bosco — il demonio entrare in questa casa. Era in una camerata e passava dall’uno all’altro letto dicendo di quando in quando: «Questo è mio!» Io protestavo. A un tratto si precipita addosso a uno di quei giovani per portarlo via. Io mi posi a gridare ed egli si avventò contro di me come per strangolarmi.
Ciò detto, Don Bosco, commosso e piangente, continuò:
— Caro Don Cerruti, aiutami! Sono venuto in Francia a cercare denari per i nostri giovani e per la Chiesa del Sacro Cuore, ma qui ora vi è un bisogno assai più grave: bisogna salvare questi poveri giovani. Lascerà tutto e penserà a loro. Facciamo un buon Esercizio della Buona Morte.
Quella sera il direttore della casa annunziò ai giovani l’Esercizio della Buona Morte, aggiungendo che anche Don Bosco avrebbe confessato. Confessò difatti nella sua camera, seduto sul sofà, perché l’estenuazione delle forze non gli permetteva di reggersi sulla sedia. Tutto andò così bene che Don Bosco, dopo, disse scherzando: — Vedi, il demonio mi ha fatto perdere una notte, ma sì è ricevuto una buona bastonata.
Anche il direttore Don Paolo Albera, il futuro secondo successore di Don Bosco, informato da Don Cerruti del sogno, confermò dicendo: — Don Bosco ha purtroppo ragione. Vi sono parecchi giovani che mi fanno piangere per la loro condotta.

Più tardi Don Cerruti interrogò Don Bosco:
— I giovani che il demonio voleva portar via con sé sono di quelli che non vanno a confessarsi?
— No — rispose Don Bosco —, sono particolarmente quelli che si confessano male, che fanno sacrilegi nella confessione. Ricordati bene: quando predichi, soprattutto alla gioventù, insisti molto sulla necessità di fare buone confessioni, e in specie sulla necessità del dolore dei propri peccati.

Tratto da: Sogni Don Bosco
Fonte: Spiritualità Giovanile Salesiana

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Del buon uso delle tentazioni

Posté par atempodiblog le 6 mars 2010

Del buon uso delle tentazioni dans Fede, morale e teologia Jean-Marie-Baptiste-Vianney-Curato-d-Ars

Come il buon soldato non ha paura di combattere, così il buon cristiano non deve aver paura della tentazione. Tutti i soldati sono bravi quando sono all’interno della loro guarnigione: è sul campo di battaglia che si nota la differenza tra i coraggiosi e i vili.

La più grande delle tentazioni è di non averne alcuna. Si potrebbe arrivare a dire che bisogna essere contenti di avere delle tentazioni: è il momento del raccolto spirituale, durante il quale facciamo provviste per il cielo. E’ come nel tempo della mietitura: ci si leva di buon mattino, ci si dà un gran daffare, ma non ci si lamenta, perché si raccoglie molto.

Il demonio tenta solamente le anime che vogliono uscire da una situazione di peccato e quelle che sono in stato di grazia. Le altre gli appartengono già: non ha alcun bisogno di tentarle.

Se fossimo profondamente compresi della santa presenza di Dio, sarebbe molto facile per noi resistere al nemico. Sarebbe sufficiente il pensiero “Dio ti vede!” per non peccare mai.

C’era una santa che, dopo esser stata tentata, si lamentava con il Signore dicendogli: «Dov’eri dunque, amatissimo Gesù, durante quella tremenda tempesta?». E il Signore: «Ero al centro del tuo cuore e mi rallegravo di vederti combattere».

Un cristiano deve essere sempre pronto alla lotta. Come in tempo di guerra ci sono sempre le sentinelle appostate per vedere se il nemico si avvicina, così anche noi dobbiamo stare sempre in guardia per controllare che il nemico non ci tenda delle trappole e non ci sorprenda…

Tratto da: Curato d’Ars, Pensieri scelti e fioretti, ed. San Paolo

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Gli hanno legato le mani perché facevano il bene

Posté par atempodiblog le 6 mars 2010

Gli hanno legato le mani perché facevano il bene
di Plinio Corrêa de Oliveira
Trascrizione della rivista “Catolicismo”, Aprile 1952. – lucisullest.it

Gli hanno legato le mani perché facevano il bene dans Fede, morale e teologia Gli-hanno-legato-le-mani-perche-facevano-il-bene

Perché il Signore fu ammanettato dai suoi carnefici? Perché hanno impedito il movimento delle sue mani, legandole con dure corde? Soltanto l’odio o il timore potrebbero spiegare che si riduca così qualcuno all’immobilità e all’impotenza. Perché odiare queste mani? Perché avere timore di esse?

La mano è una delle parti più espressive e più nobili del corpo umano. Quando i Pontefici e i genitori benedicono, lo fanno con un gesto di mani. Per pregare, l’uomo congiunge le mani o le alza verso il cielo. Quando vuole simboleggiare il potere impugna lo scettro. Quando vuole esprimere forza, impugna il gladio. Quando parla alle moltitudini, l’oratore sottolinea con le mani la forza del ragionamento con cui convince o l’espressione delle parole con cui commuove. È con le mani che il medico somministra le medicine e l’uomo caritatevole soccorre i poveri, gli anziani, i fanciulli.

Mani di Maestro e di Pastore
Le Tue mani, Signore, che cosa hanno fatto? Perché sono state legate? Dall’alto dei cieli, sei venuto con disegni di amore per riunire gli uomini. Con bontà ineffabile, hai assunto la nostra natura umana. Hai voluto avere un corpo umano, per amore dell’uomo. È per fare il bene che le Tue mani sono state create.

Chi potrà esprimere, o Signore, la gloria che queste mani hanno dato a Dio quando su di esse si sono posati i primi baci di Nostra Signora e di San Giuseppe? Chi potrà esprimere con quanta tenerezza hanno fatto a Maria Santissima le prime carezze? Con quanta pietà si sono giunte per la prima volta in atteggiamento di preghiera? E con quanta forza, quanta nobiltà, quanta umiltà hanno lavorato nell’officina di San Giuseppe?

Quando la Tua vita pubblica è cominciata, sei stato principalmente il Maestro che insegnava agli uomini il cammino del Cielo. E così, quando la Tua voce si alzava e sovrastava le folle estasiate e riverenti, le Tue mani si muovevano segnalando la dimora celeste o condannando il crimine. E gli apostoli e le moltitudini credevano in Te, e Ti adoravano, o Signore.

Mani di Maestro, ma anche mani di Pastore. Non soltanto insegnavi, ma guidavi. Le Tue mani divine hanno avuto virtù misteriose e soprannaturali per vezzeggiare i più piccoli, accogliere i penitenti, guarire gli ammalati.

Ma queste mani, così soprannaturalmente forti che al loro impero si piegavano tutte le leggi della natura, avevano ancora un’altra funzione da eseguire. Non hai parlato anche del lupo vorace? Saresti Pastore se Tu non lo respingessi? Sì, il lupo… e prima di tutto il demonio. La Tua vita ha reso palese che il demonio non è un’entità di fantascienza. Il Vangelo ci parla di uomini ipocriti o di costumi dissoluti non soltanto come conseguenza della depravazione umana, ma anche come opera del demonio, attivo, tenace, rivelando ogni tanto la sua presenza con manifestazioni spettacolari di ossessione e di possessione.

Tu cacciavi il demonio, Signore, con terribile imperio, e di fronte alla Tua parola grave e dominatrice come il tuono, più nobile e più solenne di un canto di angeli, gli spiriti impuri fuggivano impauriti e vinti. Talmente vinti e impauriti che da allora innanzi hanno dovuto obbedire con docilità ai Tuoi Apostoli.

Perché tanto odio?
Dovunque la Tua parola è stata predicata ed è stata accettata dagli uomini, l’impurità, la rivolta, il demonio sono sempre fuggiti. E solamente sono tornati a spiegare sull’umanità le loro ali d’ombra e il loro potere di perdizione quando il mondo ha cominciato a rigettare la Tua Chiesa, che è il Tuo Corpo Mistico. Ma basterà agli uomini corrispondere nuovamente alla grazia di Dio affinché l’impero di quelle potenze ancora una volta decada e le tenebre, la lascivia, lo spirito della Rivoluzione tornino agli antri segreti dai quali sono usciti da secoli.

Pastore, le Tue mani divine non si sono limitate a brandire il bordone contro le potenze spirituali e invisibili che, nel dire di San Paolo, infestano l’aria, per perdere gli uomini. Esse hanno pure fustigato il demonio e il male nei suoi agenti tangibili e visibili, il male in concreto in quanto realizzato negli uomini, i farisei per esempio, oppure i venditori del tempio, immortalati nel Vangelo grazie al castigo esemplare che hanno sofferto.

Tu che hai raccomandato la mansuetudine sino agli ultimi estremi quando sono in gioco soltanto i diritti personali. Tu hai impiegato un’ardente e santa indignazione per screditare i farisei, e hai brandito la frusta per segnare a sangue i venditori. Nel servizio di Dio ci sono momenti in cui il non recriminare, equivale a tradire.

Queste mani che sono state così soavi per uomini retti come l’innocente Giovanni e la penitente Maddalena, queste mani che sono state così terribili per il mondo, il demonio, la carne, perché stanno legate e messe in carne viva? Perché tanto odio, perché tanta paura da sembrare necessario legare le Tue mani, ridurre al silenzio la Tua voce, estinguere la Tua vita?

Signore, per capire questa mostruosità, bisogna credere all’esistenza del male. Bisogna riconoscere che così sono gli uomini, che la loro natura, quando prende il cammino della rivolta, non c’è infamia né disordine di cui non sia capace. E quando qualcuno Ti nega, comincia ad odiarti, a odiare ogni bene, ogni verità, ogni perfezioni di cui Tu sei la personificazione stessa. E se non Ti ha portata di mano, in forma visibile, per scaricare il suo odio satanico, allora colpisce la Chiesa, profana l’Eucaristia, bestemmia, propaga l’immoralità, predica la Rivoluzione.

Signore, ascolta le nostre suppliche
Sei ammanettato, o Gesù mio. Dove sono gli zoppi e i paralitici, i ciechi, i muti che hai guarito, i morti che hai risuscitato, i posseduti che hai liberato, i peccatori che hai sollevato, i giusti a cui hai rivelato la vita eterna? Perché loro non vengono a spezzare i lacci che legano le Tue mani?

Anche qui la forza del male è palese. I Tuoi nemici amano talmente il male che, anche sotto le umiliazioni delle corde che Ti legano, percepiscono tutta la forza del Tuo potere… e tremano! Per essere sicuri, vogliono trasformare in piaga l’ultima fibra di carne Tua ancora sana, vogliono versare l’ultima goccia del Tuo sangue, vogliono vederTi esalare l’ultimo sospiro. E nemmeno allora saranno tranquilli. Morto, infondi ancora timore. Bisogna sigillare il Tuo sepolcro e circondare di guardie armate il Tuo cadavere. L’odio al bene li rende perspicaci al punto di farli percepire ciò che vi è di indistruttibile in Te.

O, Signore, quante volte i Tuoi avversari tremano davanti alla Chiesa, mentre io, miserabile, vedendola ammanettata credo che tutto sia perduto! Ma quanta ragione avevano i Tuoi nemici! Tu sei risorto. Non soltanto le corde e i chiodi non sono serviti a niente, né la lastra del sepolcro, né il carcere della morte. Ti hanno potuto trattenere. Sì, sei risorto! Alleluia!

Signore mio, che lezione! Vedendo la Chiesa perseguitata, umiliata, abbandonata dai suoi figli, negata dai costumi pagani e dalla scienza panteista di oggi, minacciata all’esterno dalle orde del comunismo, e dall’interno dallo sproposito di quelli che vogliono venire a patti con il demonio, io esito, tremo, penso che tutto sia perduto.

Signore, mille volte no! Tu sei risorto per la Tua propria forza, e hai ridotto a nulla i vincoli con cui i Tuoi avversari pretendevano ritenerTi nelle ombre della morte. La Tua Chiesa partecipa di questa forza interiore e può in qualsiasi momento distruggere tutti gli ostacoli di cui da cui si vede circondata. La nostra speranza non è nelle concessioni, né nell’adattamento agli errori del secolo. La nostra speranza è in Te, Signore.

Esaudisci le suppliche dei giusti, che ti pregano per mezzo di Maria Santissima. Invia, o Gesù, il Tuo Spirito, e sarà rinnovata la faccia della terra.

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Il digiuno dell’anima

Posté par atempodiblog le 6 mars 2010

 Il digiuno dell'anima dans Digiuno jeangalot

Signore, fa’ digiunare il nostro cuore: che sappia rinunciare a tutto quello che l’allontana dal tuo amore, Signore, e che si unisca a Te più esclusivamente e più sinceramente.

Fa’ digiunare il nostro orgoglio, tutte le nostre pretese, le nostre rivendicazioni, rendendoci più umili e infondendo in noi, come unica ambizione, quella di servirTi.

Fa’ digiunare le nostre passioni, la nostra fame di piacere, la nostra sete di ricchezza, il possesso avido e l’azione violenta; che nostro solo desiderio sia di piacere a Te in tutto.

Fa’ digiunare il nostro « io », troppo centrato su se stesso, egoista indurito, che vuole trarre solo il suo vantaggio: che sappia dimenticarsi, nascondersi, donarsi.

Fa’ digiunare la nostra lingua, spesso troppo agitata, troppo rapida nelle sue repliche, severa nei giudizi, offensiva o sprezzante: fa’ che esprima solo stima e bontà.

Che il digiuno dell’anima, con tutti i nostri sforzi per migliorarci, possa salire verso di Te come offerta gradita, meritarci una gioia più pura, più profonda. Amen.

di Jean Galot

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La solitudine necessaria

Posté par atempodiblog le 4 mars 2010

La solitudine necessaria dans Cardinale Gianfranco Ravasi Solitudine

Una cosa sola è necessaria: la solitudine. La grande solitudine interiore. Andare in se stessi e non incontrarvi, per ore, nessuno: a questo bisogna arrivare. Essere soli come è solo il bambino. Se ci si accosta a un bambino assorbito in un gioco o nell’esplorazione di un oggetto, si ha subito da parte sua una reazione brusca: egli ama stare solo con se stesso, le sue fantasie, i suoi arabeschi gestuali e mentali. Poi, quando cresce, perde questa capacità di stare con se stesso e comincia, sì, la vita in compagnia, ma anche la logica del branco e del rumore di fondo, una sorta di distrazione permanente dal silenzio. Per questa via si perde la possibilità di incontrare se stessi, di ascoltarsi, di penetrare nel segreto della coscienza. È ciò che il grande poeta austriaco Rainer M. Rilke (1875-1926) evoca in una delle sue Lettere a un giovane poeta. Lo stare soli contiene in sé il germe della riflessione, della maturazione, della finezza spirituale, della stessa contemplazione di fede. Purtroppo è un esercizio che è scomparso dall’orizzonte educativo e dalla prassi quotidiana anche degli adulti. È così che si alza il tasso della superficialità, dell’irritabilità, della banalità e dell’indifferenza. Il silenzio per « andare in se stessi » è una sorta di dieta dell’anima che ci purifica dalle miserie, ci solleva dalle cose, ci libera dalla chiacchiera, ci spoglia dalle realtà inutili. Ma attenzione: anche se simili esteriormente, la vera solitudine non è isolamento, perché quest’ultimo è una prigione dell’anima e un terreno dove può sbocciare l’erba maligna dell’infelicità o compiersi la morte dell’amore.

di Gianfranco Ravasi

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