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Un anno con…

Posté par atempodiblog le 29 décembre 2008

Un’antica usanza della Chiesa consisteva nell’assegnare, all’inizio di ogni anno, ad ogni fedele un Santo come Avvocato e Protettore.

Un anno con... dans Amicizia Un-anno-speciale-con

“Chiedete attraverso i vostri santi protettori,
affinchè vi aiutino a crescere nell’amore verso Dio.” (Medjugorje 25/7/02)

Sul sito Innamorati di Maria  si può “sorteggiare” il proprio Santo protettore dell’anno.

Avete la possibilità di scoprire il vostro su:
http://infodamedjugorje.altervista.org:80/ilsantodellanno.html

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2009 volte: AUGURI!

Posté par atempodiblog le 29 décembre 2008

2009 volte: AUGURI! dans Amicizia 2009py4

Vi auguro un 2009 ricco di matematica… addizionando la gioia, sottraendo la sofferenza, moltiplicando la felicità e dividendo l’amore con le persone a voi piu care.

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Lo scambio dei doni

Posté par atempodiblog le 29 décembre 2008

Perché anche i cristiani a Natale si scambiano i regali?
di Don Dario Criscuoli (Parrocchia di San Ireneo, Roma)

Lo scambio dei doni dans Fede, morale e teologia Scambio-dei-doni-di-Natale

Quella dello scambio di doni è un’antica tradizione che appartiene non solo alla fede cattolica. I Romani, ad esempio, avevano l’abitudine di scambiarsi regali nei primi giorni del nuovo anno e così pure avveniva nel periodo medioevale durante la festa di San Nicola. La tradizione dello scambio dei doni ha, quindi, un’antica e consolidata tradizione e non va pertanto condannata. Oggi molti, soprattutto in occasione del Natale, vivono però quello che definirei uno “stress da regali”. Per la fede cattolica la novità consiste nel fatto che il gesto di fare il regalo è la risposta ad un inestimabile Dono che il Cristiano ha ricevuto e accolto e da cui è stato appagato. E’ Dio stesso infatti che a Natale si dona all’uomo regalandogli il suo Figlio Gesù. E’ Cristo che vuole placare quella fame e quella sete che con disinvoltura l’uomo tenta di saziare attingendo a fonti impure e nocive.

A Natale viene il Signore e si dona a noi! Non possiamo dimenticarlo!!! Viene a svegliarci dal sonno, a strapparci dal torpore, a sostenerci nella fatica, a vincere inutili tristezze. Viene a combattere con noi e per noi. Viene per illuminare gli angoli oscuri della nostra vita, per strapparci dalla disperazione, per spalancare le porte della Speranza. Ci invita a dargli spazio, ad accoglierlo nella nostra “grotta interiore”. Dio si regala a noi! Viene a riaprirci il cielo, a colmare i nostri vuoti, a sanare le ferite, a guarire i traumi , a vincere paure e terrori, a svegliarci dalla superficialità. “E’ ormai tempo di svegliarsi dal sonno” dice San Paolo. Forse stiamo dormendo, stiamo immersi nella notte, stiamo attraversando momenti bui nell’amore, nel matrimonio, in famiglia, nel lavoro, o anche nella fede. Cristo nasce e si dona a noi per portare la sua luce. Accogliamo questo dono e attendiamo Cristo che viene. Solo se accogliamo Cristo come un regalo per noi potremo esprimere la gioia del dono ricevuto facendo regali agli altri. Nessuno di noi può dare ciò che non possiede. Mettiti allora nell’attesa di Cristo che viene! Che non ti succeda che viene il Signore e tu non te ne accorga! Che non ti capiti che nello stress del regalo non ti accorga che Dio ne ha pensato UNO per te! Auguri di buon Natale a te e alla famiglia.

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La noce di cocco

Posté par atempodiblog le 28 décembre 2008

La noce di cocco dans Don Bruno Ferrero La-noce-di-cocco

Una scimmia da un albero gettò una noce di cocco in testa ad un saggio. L’uomo la raccolse, ne bevve il latte, mangiò la polpa, e con il guscio si fece una ciotola.
La vita non smetterà mai di gettarci addosso palate di terra o noci di cocco, ma noi riuscíremo a uscire dal pozzo, se ogni volta reagiremo. Ogni problema ci offre l’opportunità di compiere un passo avanti. Ogni problema ha una soluzione, se non ci diamo per vinti…

di Bruno Ferrero – Ma noi abbiamo le ali

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Caro Gesù Bambino…

Posté par atempodiblog le 27 décembre 2008

Caro Gesù Bambino... dans Sorriso Ges

Caro Gesù Bambino, abbiamo studiato che Tommaso Edison ha inventato la luce. Ma al catechismo dicono che sei stato tu. Per me lui ti ha rubato l’idea.
Daria

Caro Gesù Bambino, Sei bravissimo, riesci sempre a mettere le stelle al posto giusto.
Caterina 

Caro Gesù Bambino, credevo che l’arancione stava male con il viola. Ma poi ho visto il tramonto che hai fatto martedì, fortissimo.
Eugenio
 

Tratte dal Web

 

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Caccia agli eroi

Posté par atempodiblog le 27 décembre 2008

Riapriamo la caccia agli eroi
di Claudio Risé – Il Mattino

Nell’attualità l’eroe è passato di moda. Di gesti eroici ce ne sono ancora molti, ma vengono liquidati dai media in poche righe. Il loro posto è oggi occupato dai colpevoli, i veri eroi del nostro tempo, di cui tutti parlano con interesse, e dalle loro vittime, anch’esse molto seguite. Come mai i «cattivi» e i loro misfatti risultano tanto più interessanti dei buoni?
Dietro questo fenomeno ci sono molte ragioni, di natura assai diversa. Una è che mentre il buono genera, in chi ne parla o ne ascolta, un senso di inferiorità («non riuscirei mai a fare come lui»), il malvagio o presunto tale ci gratifica, permettendoci facilmente di sentirci superiori. Quante mamme negligenti, e discretamente crudeli, si sono sentite sante leggendo le gesta dell’infanticida, e quanti imprenditori spregiudicati si vedono invece irreprensibili, leggendo le prodezze dell’indagato di turno!

Dal punto di vista psicologico, la pubblicità data al malvagio consente a ognuno di noi di «proiettare» su di lui le nostre parti più discutibili, senza andare troppo a vedere se non ci siano pagliuzze, o travi, anche nel nostro occhio. I linciaggi mediatici, i riti accusatori pubblici, sono amati anche perché inducono una sorta di purificazione collettiva. Come in gran parte delle narrazioni dei Vangeli, accusare il/la colpevole, è uno dei modi più popolari per allontanare da sé le proprie colpe.
È quello che il sociologo e filosofo René Girard ha chiamato il «meccanismo vittimario»: la creazione di vittime che venivano poi allontanate dalla comunità, come i «capri espiatori», cacciati fuori dalla città e spinti nel deserto, per rendere (o far sentire) puri tutti gli altri. Girard però pensa che con l’avvento di Cristo, che assume consapevolmente il ruolo della vittima innocente, dell’agnello sacrificale, la proiezione del male sugli altri finisca. Non mi pare che sia andata esattamente così.
La passione per le colpe degli altri, anzi, nell’era cristiana sembra addirittura aumentata, come sembrerebbe dimostrare anche lo straordinario sviluppo della legislazione penale all’epoca della modernità, che «dei delitti e delle pene» ha fatto una delle proprie principali passioni. Qui però occorre tener conto anche di un altro fenomeno. La modernità ha privilegiato la riflessione scientifica e tecnica rispetto a quella morale, che ha al proprio centro anche il problema del male, e che coinvolge considerazioni metafisiche, anche religiose, delle quali molti preferirebbero sbarazzarsi. Del male però, come di ogni altro grande aspetto della natura umana, non ci si può liberare. Se fingiamo di non vederlo, scacciandolo dalla riflessione cosciente, va nell’inconscio, da dove ritorna, fatalmente, sotto forma di proiezione sugli altri.
Il male che non abbiamo più voluto vedere in noi, immaginandoci «al di là del bene e del male», si è trasformato così nella passione modernissima per il «male degli altri», e delle loro sventurate vittime. Che sono poi molto spesso, nella presentazione del circo mediatico-giudiziario, gli stessi cattivi: persone a suo tempo violate nell’infanzia, soldati che hanno partecipato a episodi di tortura, o persone condannate per omicidio che si presentano a loro volta come vittime (tanto che il nostro è stato chiamato «il tempo delle vittime», come raccontano una psicoanalista e un avvocato nel libro omonimo, pubblicato da Ponte Alle Grazie). Uno scenario assai patologico.
E se provassimo a «pensare positivo», e ad occuparci dei mille eroi quotidiani? Certo più impegnativo, ma molto più sano.

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L’inizio della speranza

Posté par atempodiblog le 26 décembre 2008

Natale, l’inizio della speranza
Tratto da: Tracce

L'inizio della speranza dans Fede, morale e teologia Natale-l-inizio-della-speranza

«Stanco e disfatto è il mondo», scriveva G.K. Chesterton nel suo A Christmas Carol datato 1900, «e astiosi e astuti tutti i re». È passato più di un secolo, ma non è cambiato molto. Il mondo continua ad essere smarrito, come allora. E il potere gioca ancora con il bisogno degli uomini.
Basta guardarsi attorno, per accorgersene. Fissare attoniti la guerriglia che incendia un Paese per colpa di una pallottola impazzita, sparata su un’autostrada una domenica mattina. O il buio di un delitto come quello di Perugia, nato dal nulla che si respira in troppe vite e subito trasformato nel solito canovaccio da talk show.
Ma basta guardare a se stessi per sorprendersi mille volte al giorno stanchi e disfatti come tutti, e in balia dei pensieri che pensano tutti.
Basta guardare, appunto.

Ma che cosa succede se quello sguardo non si ferma in superficie? Che cosa può accadere se va oltre, se accetta fino in fondo la sfida della realtà?
Perché bisogna essere ciechi e sordi per non vedere cosa scorre sul fondo del caos che ci circonda. Ciechi, per non accorgersi che «tutta la creazione geme e soffre fino a oggi nelle doglie del parto», come diceva san Paolo ai Romani. E sordi per non sentire la domanda che sta sotto, un grido che nessuna confusione riesce a soffocare. Ma io cosa cerco? Di che cosa ho bisogno davvero? Chi può sostenere la mia speranza? E chi può rispondere a questa mia sete di felicità senza fine?

Che tenerezza ha il Mistero per noi. Che compassione. E che fiducia, perché devi proprio avere una stima totale dell’uomo, per affidargli tuo Figlio. Devi scommettere tutto sulla sua libertà.
Eppure Dio irrompe nella storia proprio così: affidandosi alla tua – alla mia – libertà. Scendendo alla radice del tuo bisogno. Accompagnandoti fin lì, a scoprirne l’origine e la profondità. Richiamandoti a non soffocarlo, a condurlo fino in fondo. Fino a riconoscere che è bisogno di un Altro. Perché, aggiungeva Chesterton, «stanco è il mondo, ma del mondo / è questo il desiderio».
Il Mistero lo sa. Conosce bene il tuo cuore, perché è Suo. Sa che cosa cerchi. E risponde. In una maniera inimmaginabile: facendosi compagno di strada. Un uomo come noi. Un bambino. E poi, una compagnia di uomini come noi. La Chiesa.
A noi sembra pochissimo, ricordava tempo fa Julián Carrón in una lezione ai responsabili di Cl. Sembra pochissimo, tanto che continuiamo a cercare come se ci mancasse ancora qualcosa. E invece è tutto. Perché quella compagnia «ci fa capire qual è la natura del nostro io – rapporto diretto col Mistero – e qual è il significato di tutto il reale».

[...]
Sembra pochissimo, come un bambino in una mangiatoia.
Invece è l’inizio di tutto. [...]

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Buon Natale!

Posté par atempodiblog le 23 décembre 2008

Buon Natale! dans Santo Natale Natale-di-Ges

Vieni Bambino Gesù, fai del nostro cuore la Tua culla!

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Dammi Signore, un’ala di riserva

Posté par atempodiblog le 23 décembre 2008

Voglio ringraziarti, Signore, per il dono della vita,
ho letto da qualche parte
che gli uomini sono angeli con un’ala soltanto:
possono volare solo rimanendo abbracciati.
A volte, nei momenti di confidenza,
oso pensare, Signore,
che anche Tu abbi un’ala soltanto,
l’altra la tieni nascosta,
forse per farmi capire
che Tu non vuoi volare senza me,
per questo mi hai dato la vita:
perché io fossi tuo compagno di volo.

Insegnami allora, a librarmi con Te,
perché vivere non è trascinare la vita,
non è strapparla, non è rosicchiarla,
vivere è abbandonarsi come un gabbiano
all’ebbrezza del vento.
Vivere è assaporare l’avventura della libertà
vivere è stendere l’ala, l’unica ala
con fiducia di chi sa di avere nel volo
un partner grande come Te.

Ma non basta saper volare con Te, Signore
Tu mi hai dato il compito
di abbracciare anche il fratello
e aiutarlo a volare.
Ti chiedo perdono, perciò,
per tutte le ali che non ho aiutato a distendersi.
Non farmi più passare indifferente
vicino al fratello che è rimasto
con l’ala, l’unica ala
inesorabilmente impigliata nella rete
della miseria e della solitudine
e si è ormai persuaso
di non essere più degno di volare con te,
soprattutto per questo fratello sfortunato,
dammi, o Signore un’ala di riserva.

di Don Tonino Bello

Dammi Signore, un'ala di riserva dans Amicizia albatroshj9

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Dov’è…?

Posté par atempodiblog le 21 décembre 2008

Dov'è...? dans Citazioni, frasi e pensieri elliotqo7

Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo?
Dov’è la saggezza che abbiamo perduto sapendo?
Dov’è la sapienza che abbiamo perduto nella informazione?

-Thomas Stearns Eliot-

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Michele Ferrero: il magnate devoto della Madonna

Posté par atempodiblog le 20 décembre 2008

« Il successo della Ferrero lo dobbiamo alla Madonna di Lourdes, senza di Lei noi possiamo poco ».

Così disse Michele Ferrero alle celebrazioni per il cinquantenario della fondazione dell’azienda.

In ogni stabilimento c’è una statua della Santa Vergine.

Tratto da: mariadinazareth.it
Per approfondire  Michele Ferrero: il magnate devoto della Madonna dans Lourdes Freccia Michele Ferrero: il magnate che piange davanti agli operai

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La religione nei settori dell’esistenza

Posté par atempodiblog le 19 décembre 2008

A cosa serve il lievito se rimane fuori dalla pasta?

La religione nei settori dell’esistenza dans Don Gaston Dutil diddlchefye5

Si racconta che Napoleone aveva un cervello a casellari: per ogni affare un casellario, che egli apriva e chiudeva a volontà. Ciò gli permetteva , ad esempio, di dettare simultaneamente varie lettere a diversi segretari. Incominciava col dettare una frase a un segretario e , mentre questi scriveva, egli procedeva dettando ad un altro una lettera del tutto differente. Così faceva lavorare nello stesso tempo sette o otto segretari e non si sbagliava mai perché nel suo cervello apriva e chiudeva, per così dire, i cassetti di ciascun affare.

Che Napoleone abbia avuto un cervello a casellario, tanto meglio per lui, a noi poco importa. Ma è deplorevole il fatto che la vita di certi cristiani si divida in settori. [..]

Aggiungiamo infine che per i “benpensanti” c’è un settore di lusso… un po’ come quello della musica. E’ lo scomparto della vita cristiana, lo scomparto della religione! In teoria si ammette che ci deve essere; ma proprio questo scomparto viene aperto solo in determinati momenti: un minuto e mezzo per la preghiera del mattino, n minuto per la preghiera della sera (dico un minuto perché a questo minuto si comincia a sonnecchiare), altri trenta minuti per la Messa la domenica, diciamo quaranta se c’è la spiegazione del Vangelo. Dopo di che si chiude questo cassetto a doppio giro di chiave affinché non abbia a invadere gli altri!

Ebbene questa non è che una caricatura della religione insegnataci da Gesù.

La religione non deve avere un posto a parte nella vita, in un certo senso non deve affatto avere n suo settore, perché deve penetrare tutti i settori dell’esistenza. Non basta che abbia il “suo posto”, deve inserirsi dappertutto, introdursi e installare dovunque per illuminare e divinizzare ogni cosa nella vita. Bisogna lasciarla invadere tutto e penetrare per ogni dove… solo così essa darà il vero senso alla vita e alla vera felicità.

La religione deve permeare tutti i settori dell’esistenza:

-         Il settore della vita professionale (scolastica per coloro che studiano) dimostrandoti che questo lavoro può essere santificato se fatto con Gesù e per lui.

      Il lavoro sarà lieto e più facile se Gesù ti accompagnerà in ufficio, al laboratorio, all’officina, nella fattoria, nei campi, al negozio, a scuola… in ogni luogo!

-         Il settore della vita familiare. Soprattutto qui Gesù deve penetrare, in ogni suo particolare aspetto. Se vi lascerai entrare Cristo, che cambiamento di umore durante i pasti e le conversazioni, nei rapporti fra genitori e figli, nei momenti di riposo in famiglia… Poiché Gesù partecipa a tutto.

-         Il settore dei divertimenti perché ogni cosa appartiene a Cristo. Divertirsi di cuore offrendo a Gesù il sollievo quando il lavoro è finito, significa fare la volontà di Dio e vivere da buon cristiano. Ma possiamo allora abbandonarci alla leggerezza, se Gesù è con noi nei nostri divertimenti? Possiamo vedere al cinema film di ogni genere? Possiamo abbandonarci alla scompostezza che si nota sulla spiaggia e altrove se Gesù e con noi, nei nostri momenti di riposo?

-         Le fanciulle e le donne comprenderanno che Gesù è presente nel settore della toeletta, esse hanno il diritto e anche il dovere di rendersi graziose, non per attirare su di se gli sguardi più o meno torbidi dei giovani e degli uomini, ma per affinare le anime, per elevarle verso Cristo che irradierà attraverso la grazia del loro aspetto esteriore, e attraverso la bellezza della loro anima;

-         Il settore degli affetti. Si, hai bisogno d’affetto, hai bisogno di amare e di essere amato, non solo non è male questo, ma è Dio che lo vuole; si tratta tuttavia di comprendere bene come significa amare, come prepararsi ad amare e come si deve amare. Non c’è che un modo per questo: che Gesù regoli tutti i tuoi affetti! Domanda a Lui di insegnarti ad amare. L’amore è una cosa bella e grande, ma è qui soprattutto che bisogna ricordarsi di Gesù e mettere i suoi insegnamenti davanti a tutto e il suo ideale nel cuore;

-         E infine non dimenticare il settore della vita sociale e culturale. Per troppa gente, e forse anche per te, la religione è uno strato di pittura su un muro, essa non vi penetra, basta perciò un po’ di umidità per farla cadere.

Ma la religione è ben altra cosa. La religione – cioè la conoscenza di Gesù, l’amore di Gesù, la fedeltà a Gesù – è qualcosa che deve riempire tutta la vita, così come l’acqua impregna interiormente la spugna immersa in secchio d’acqua.
E’ così bello mettere la religione che Gesù ci ha insegnato, non “accanto” ma nella nostra vita.

Quando “immergiamo” in Cristo la nostra stessa vita con gli sforzi, il lavoro, le gioie, le pene e la sofferenza di ogni giorno, allora la religione porta gioia, serenità, felicità vera.


Tratto da « La religione nella tua vita » di Don Gaston Dutil

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Parto di Maria Santissima

Posté par atempodiblog le 19 décembre 2008

SUL PARTO VERGINALE ED INDOLORE DI MARIA SANTISSIMA

Madonna e Bambin Gesù

Senza alcun dubbio dobbiamo affermare che la madre di Cristo fu vergine anche nel parto, poiché il Profeta (Is 7,14) non dice solo Ecco la vergine concepirà, ma aggiunge: e partorirà un figlio. (San Tommaso d’Aquino)

Ella lo concepì come vergine, lo partorì come vergine, rimase vergine (Sant’Agostino)

San Pietro Canisio, Dottore della Chiesa riflette su come Satana cerchi tutti i modi per aggredire e per distruggere la fama della purezza e della verginità di Maria e come molti si scagliano per impedire che il mondo riconosca e che la Chiesa predichi che la Madre del Signore è rimasta incorrotta prima del parto, nel parto e dopo il parto.

Il parto indolore non è dogma di fede, ma una conseguenza logica del dogma della verginità durante il parto.
Secondo i santi Padri Gesù è uscito dal grembo di Maria nel medesimo modo in cui una stella col suo raggio passa il vetro, non lo rompe, ma lo illumina.Per questo i medesimi santi padri dicono che il parto di Gesù avvolse Maria nella luce e nella gioia.

L’integrità fisica di Maria nel parto è un aspetto che per molti appare secondario, anche per chi crede nella assoluta verginità di Maria. Spesso anzi si crede erroneamente che il parto di Maria seguì vie ordinarie, anche a causa di molti film sulla nascita di Cristo che descrivono una Madonna in preda alle contrazioni e piangente di dolore. Per questo credo sia necessario ascoltare la voce materna della Chiesa, dei santi e dei teologi.
Ma andiamo per gradi.

Secondo cio’ che ci insegna la Rivelazione (il Magistero e la Tradizione della Chiesa) la verginità nel parto, oltre all’aspetto spirituale o morale richiede anche l’aspetto materiale o fisico consistente nell’integrità corporale, così come attesta il dogma Maria fu vergine prima del parto, nel parto e dopo il parto (Papa Paolo IV). La verginità corporale di Maria nel parto perciò non è altro che un’irradiazione della sua verginità morale. In forza dell’unione vitale, inscindibile, tra l’anima e il corpo, così vi è una speciale relazione tra la verginità morale e la verginità corporale: due realtà che costituiscono la verginità integrale e perfetta di Maria.
La verginità integrale e perfetta di Maria SS. nel parto, conseguentemente, esclude due cose: esclude, in primo luogo, che il parto abbia compromesso l’integrità della sua verginità corporale; ed esclude, in secondo luogo, tutti quei fenomeni fisiologici che accompagnano un parto ordinario (doglie, lesioni somatiche, dolori, emorragie, ecc.).


Esultò Maria nel sacratissimo tipo di parto, esulta la Chiesa in questa generazione dei suoi figli». L’aggettivo sacratissimo evoca l’opera dello Spirito, il medesimo sia per il concepimento di Cristo dalla Vergine che per il concepimento delle membra del suo Corpo nel fonte battesimale. È da notare anche il verbo esultò, relativo al parto di Maria, allusivo al fatto che fu senza dolori perché verginale (Dal sito del Vaticano-Monsignor Corrado Maggioni, Pontificia Facoltà Teologica Marianum di Roma)


Molti forse si chiederanno se un parto non ordinario come quello verginale di Maria possa sminuire il concetto di Maternità Divina della Madonna. Ma in realtà i fenomeni fisiologici che accompagnano il parto ordinario (lesioni, doglie, dolori, ecc.) non sono essenziali al concetto di vera maternità. Maria fu vera madre di Gesù, come tutte le madri lo sono dei loro figli; ma non lo fu come le altre madri: oltre che nel concepimento verginale, Ella fu diversa da esse anche nel parto verginale. Madre, infatti, è colei che concepisce e dà alla luce un figlio: questo, scientificamente, è il concetto di madre. Il modo poi di concepirlo e di darlo alla luce non appartiene all’essenza della maternità. Se il modo di dare alla luce un figlio fosse essenziale alla maternità, ne seguirebbe che la madre la quale da alla luce un figlio mediante parto cesareo, non sarebbe vera madre o pienamente madre di quel figlio: cosa dinanzi alla quale lo stesso buon senso si ribella. Tanto meno poi può dirsi parte essenziale della maternità il dolore del parto, dal momento che nello stato di giustizia originale (prima del peccato originale, dal quale Maria, novella Eva, è immune) le madri avrebbero dato alla luce i propri figli senza dolore, e anche oggi si parla di parto indolore ottenuto con mezzi farmacologici.

Anche l’integrità corporale (la verginità materiale) è indubbiamente una perfezione, e perciò ha la sua reale, positiva importanza, in se stessa. Il fatto che Cristo abbia voluto rispettarla nascendo nella Madre sua, dimostra la squisita delicatezza del suo amore per la propria madre, alla quale non volle togliere, nel nascere da Lei, una tale perfezione. Cristo perciò volle che la Madre sua fosse una vergine perfetta, e perciò vergine non solo moralmente ma anche corporalmente. Negare la verginità corporale e ammettere in Maria SS. soltanto la verginità morale, equivale a negarle la perfetta verginità. Come il Verbo, nascendo dal seno del Padre, non lese minimamente la natura di Lui, così nascendo dal seno della Madre, non lese minimamente la perfetta verginità di Lei. 

Come Abramo viene appellato Padre, perché è sopra tutti i padri; come Paolo viene appellato l’Apostolo, perché è sopra tutti gli apostoli; così Maria viene appellata, fra tutte, la Vergine, e viene predicata dalla Chiesa Vergine tra le vergini. Ella fu sempre, Vergine di corpo, vergine di anima, vergine di professione. Ella fu il modello più completo della vergine la sola vergine insieme e madreMadre di Cristo e Vergine di Cristo (San Pietro Canisio).
 

«Noi crediamo che Maria è la Madre, rimasta sempre vergine, del Verbo Incarnato, il nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo». Papa Paolo VI


Ma vediamo come si esprime sul parto verginale di Maria San Tommaso d’Aquino, dottore della Chiesa, nella Summa Theologica:

«“La donna che dà alla luce una carne comune perde la verginità. Ma quando nasce nella carne il Verbo, allora Dio custodisce la verginità, rivelandosi così come Verbo. Come infatti il nostro verbo mentale non corrompe la mente quando viene proferito, così neppure il Verbo sostanziale che è Dio, volendo nascere, viola la verginità».«Cristo venne a togliere la nostra corruzione. Non era quindi opportuno che nascendo corrompesse la verginità della madre. Dice infatti S. Agostino (Serm. 121): Non era giusto che violasse l’integrità con la sua nascita colui che veniva a sanare la corruzione». «Era conveniente che colui il quale aveva comandato di onorare i genitori, nascendo non menomasse l’onore della madre».

 

Ogni primogenito maschio che apre il seno materno sarà sacro al Signore (Lc 2,23). L’Evangelista usa l’espressione ordinaria per indicare la nascita, e non già per dire che il Signore, uscendo da quel sacro seno che lo aveva ospitato e che egli aveva santificato, ne violasse la verginità. Perciò l’azione di aprire, attribuita al primogenito, non indica che Cristo abbia lacerato il velo del pudore verginale, ma indica la sola uscita della prole dal seno materno.

Alla difficoltà tratta invece dal fatto che un corpo fisico non può attraversare un altro corpo, San Tommaso d’Aquino risponde così:


«Cristo volle dimostrare la realtà del suo corpo in modo da manifestare insieme la propria divinità. Perciò mescolò insieme meraviglie e umiliazioni. Per mostrare la verità del suo corpo nacque da una donna, e per mostrare la sua divinità nacque da una vergine. Come infatti dice S. Ambrogio (Veni Redemptor Gentium): Tale è il parto che si addice a Dio».


S. Tommaso infatti ammette che la compenetrazione dei corpi è possibile per miracolo:

Dobbiamo quindi affermare che tutti questi fatti sono stati compiuti dalla potenza divina miracolosamente. Di qui le parole di S. Agostino: « Dove interveniva la divinità, il corpo non si arrestava di fronte a porte sprangate. Poteva ben entrare, senza aprirle, colui che nacque lasciando inviolata la verginità di sua madre. E Dionigi scrive, che Cristo compiva in modo sovrumano le cose umane: e lo dimostra il concepimento miracoloso da una vergine e la solidità delle mobili acque sotto il peso dei suoi piedi terrestri.

Il testo della Somma teologica di san Tommaso dice così: Il dolore della partoriente è prodotto dal dilatarsi delle vie attraverso le quali deve uscire la prole. Ma abbiamo spiegato che Cristo uscì dal grembo della madre senza che questo si aprisse, e quindi senza dilatazione delle vie.
Perciò nel suo parto non vi fu dolore di sorta, né corruzione alcuna, ma somma gioia, poiché ‘l’uomo Dio nasceva alla luce del mondo’, secondo le parole di Isaia 35,1: ‘La solitudine canterà come un giglio; canterà nella gioia e nel giubilo’ (III, 35, 7).

Il noto teologo mariano Renè Laurentin ci ricorda:


«Il mistero della verginità nel parto ci ricorda delle verità misconosciute e tuttavia essenziali al mistero cristiano: il corpo è parte integrante dell’uomo, è salvato da Cristo, associato a tutto il compimento della salvezza, promesso a un destino eterno. Fin da quaggiù il corpo è raggiunto dall’opera della grazia, poiché gli impulsi della nuova creazione sono all’opera (Rm 8,22), e Dio non ha mancato di manifestare talvolta nel suo corpo dei segni in forma di miracoli: il camminare sulle acque, la trasfigurazione e, per finire, la risurrezione. La verginità integrale della Madre di Dio appartiene all’ordine di questi segni (…)».
«Quanto al parto indolore, che la Tradizione afferma senza contestazione dal IV secolo, è abbastanza paradossale che si sia cominciato a contestarlo al momento stesso in cui il progresso scientifico instaurava il parto indolore » per tutte le donne. È strabiliante che certi teologi e predicatori abbiano cominciato a celebrare le sofferenze « crocifiggenti » di Maria alla nascita del Salvatore nel momento in cui le cliniche ostetriche si applicano a denunciare i dolori del parto come un mito alienante e disumanizzante. Il segno del parto indolore attesta a suo modo che la verginità è spiritualizzazione dell’ordine della carne e che Maria è, sotto certi riguardi, donna esemplare, donna guida, là dove poteva sembrare donna di eccezione». 

Leggiamo insieme un brano tratto dalle visioni della Beata Anna Katharina Emmerick e che descrivono la nascita di Cristo:

Lo splendore che irradiava la Santa Vergine diveniva sempre più fulgido, tanto da annullare il chiarore delle lampade accese da Giuseppe. La Madonna, inginocchiata sulla sua stuoia, teneva il viso rivolto ad oriente. Un’ampia tunica candida priva di ogni legame cadeva in larghe pieghe intorno al suo corpo. Alla dodicesima ora fu rapita dall’estasi della preghiera, teneva le mani incrociate sul petto. Vidi allora il suo corpo elevarsi dal suolo. Frattanto la grotta si illuminava sempre più, fino a che la Beata Vergine fu avvolta tutta, con tutte le cose, in uno splendore d’infinita magnificenza. Questa scena irradiava tanta Grazia Divina che non sono in grado di descriverla. Vidi Maria Santissima assorta nel rapimento per qualche tempo, poi la vidi ricoprire attentamente con un panno una piccola figura uscita dallo splendore radioso, senza toccarla, né sollevarla. Dopo un certo tempo vidi il Bambinello muoversi e lo udii piangere. Mi sembrò che allora Maria Santissima, sempre Vergine, ritornando in se stessa, sollevasse il Bambino e l’avvolgesse nel panno di cui l’aveva ricoperto. Alzatolo dalla stuoia, lo strinse al petto”. (Con approvazione ecclesiastica).

La liturgia della Chiesa in una sua antifona prega così: Virgo Maria sine dolore peperit Salvatorem saeculorum (La Vergine Maria ha partorito senza dolore il Salvatore dei secoli). E non dobbiamo dimenticare la lex orandi est lex credendi (La regola della preghiera è regola della fede).

Felice Natale a tutti.

Fonte: Innamorati di Maria

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Natale di persone…

Posté par atempodiblog le 18 décembre 2008

Natale di persone… che hanno la statura dei propri desideri…
Tracce – ’96

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Quando inizia un anno nuovo ci si profonde in auguri di ogni felicità, di bene, ecc. Potremmo dire che si tratta, in genere, di una consuetudine poco seria. Nel senso che raramente quelle parole – bene, felicità – vengono prese seriamente. Sono un modo di dire.
Quando in un popolo le parole più serie e importanti, che esprimono ciò per cui vale la pena vivere e anche offrire la propria vita, divengono vuoti modi di dire, allora significa che quel popolo è diventato schiavo, e schiavo nel cuore. La schiavitù del cuore si chiama «plagio». E, infatti, viviamo in una società invasa, attraverso i media, da una cultura per cui la felicità e il bene sono dei sogni o dei momenti effimeri; al massimo, sono cose di cui provare una struggente, ma sterile nostalgia.
Siamo tutti plagiati e proprio nella concezione di ciò che è più caro all’uomo. Non a caso questa è l’epoca di maggiore schiavitù: un uomo plagiato nella concezione di felicità si adatta molto facilmente a ciò che il potere e la mentalità dominanti gli presentano come simulacro della felicità.
In una cultura così – che si manifesta innanzitutto come costume – chi ancora conferisce un significato a certe parole e persegue ciò che esse indicano risulta un po’ matto e come tale va isolato, se possibile espulso.
Il cristiano è l’uomo che ricorda al mondo il valore vero di ciò che indicano quelle parole. Entra in polemica col mondo poiché ricorda ciò che tutti, plagiati, vorrebbero scordare. Non ha intenzioni polemiche: la Chiesa, nei Cori da « La Rocca » di Eliot, non entra in scena polemizzando, ma considerando e condividendo «l’infinita fatica» di essere uomini. Ma è il mondo a stabilire i termini inevitabili della polemica, intimando al cristiano, come già a Paolo nell’Areopago, di lasciar stare certi discorsi e di non toccare certe questioni. Già Nietzsche si scagliava contro «l’ardente desiderio del vero».
Non si tratta di una polemica ideologica: innanzitutto, il cristiano non oppone al mondo una certa «idea» di felicità, né organizza tavole rotonde per mettersi d’accordo sui termini di un discorso. Egli propone un’esperienza di bene e di felicità così come gli è resa possibile dall’incontro con la persona di Cristo, viva oggi nella storia in persone che hanno la statura dei propri desideri. È un incontro che libera da qualsiasi schema del mondo sul bene e sulla felicità, proprio perché in esso si registra, ragionevolmente, una corrispondenza inedita con ciò che il cuore, pur sepolto nel plagio generale, non cessa di desiderare. Così, anche la madre nella discrezione della sua casa e il timido ragazzino nella sua classe, per il fatto stesso di aver incontrato Cristo e di aver ripetuto nella penombra del loro cuore lo stesso «sì» di san Pietro, realizzano una ribellione contro la schiavitù del mondo e fissano il punto di riscossa della libertà. Si tratta di una riscossa che può estendersi fino agli estremi confini del mondo – dall’Argentina alla Siberia – e ai più capillari aspetti del vivere personale e sociale.
In un’epoca in cui l’odio del mondo non cessa di attaccare con sempre maggiore astuta pervicacia la presenza viva del Dio fatto uomo, l’alternativa quotidiana dinanzi a cui siamo messi è quella tra plagio e libertà. E l’essere stati scelti per un’esperienza di libertà non è un ergersi guerresco contro il mondo, quanto piuttosto l’esercizio di una inesausta pietà, per una battaglia, pur così piena di limiti e di mancanze, per il mondo.

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Tutto in quella notte

Posté par atempodiblog le 16 décembre 2008

Tutto in quella notte dans Andrea Tornielli L-avvenimento-che-divide-in-due-la-storia-dell-uomo
Natale
Tutto in quella notte
Andrea Tornielli – Tracce
Il viaggio a Betlemme di Maria e Giuseppe. La ricerca di un posto dove vivere la nascita di Gesù in riserbo e segretezza. L’avvenimento che divide in due la storia dell’uomo

«In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città» (Lc 2,1-4). Sono tutte in queste scarne righe del Vangelo di Luca le notizie riguardanti la data di nascita di Gesù, le circostanze storiche dentro le quali l’Eterno è entrato nel tempo assumendo in tutto, fuorché nel peccato, la nostra natura umana.
Il senatore Sulpicio Quirinio, citato da duemila anni nelle letture delle liturgie natalizie, era nato a Lanuvio, vicino a Tuscolo, e aveva governato a Creta e a Cirene. Lo storico romano Tacito conferma che, divenuto console nel 12 a.C., Quirinio fu governatore di Siria come legato imperiale, però colloca lo svolgimento di questo suo incarico negli anni 6-7 d.C., cioè diverso tempo dopo la nascita del Salvatore. Per risolvere il problema alcuni esegeti hanno pensato di tradurre in questo modo il brano di Luca: «Questo censimento avvenne prima (di quello avvenuto) governando la Siria Quirinio». Ma un’iscrizione frammentaria scoperta a Tivoli alla fine del Settecento, secondo l’abate Giuseppe Ricciotti (autore della Vita di Gesù Cristo), offre una base sufficiente per affermare che Quirinio era già stato una volta legato in Siria qualche anno prima dell’era volgare e che aveva indetto il primo censimento, protrattosi per più anni e portato a termine dal suo successore Senzio Saturnino. La registrazione di tutti gli abitanti della Palestina avvenne secondo il modo giudaico: tutti i censiti dovevano iscriversi nei propri luoghi di origine e non nel territorio dove vivevano, come invece sarebbe accaduto se si fosse adottato il metodo romano.
«Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazareth e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa che era incinta» (Lc 2,4-5). Le tribù ebraiche si dividevano in grandi famiglie e queste ultime in casati paterni; e ovunque andassero ad abitare, i nuovi gruppi familiari conservavano con tenacia il ricordo del ceppo originario. Betlemme (Beth-lehem, originariamente Beth-Lahamu, cioè “casa del dio Lahamu”, divinità babilonese, poi interpretata in senso ebraico beth-lehem cioè “casa del pane”) era un piccolo centro che distava nove chilometri da Gerusalemme e all’epoca di Gesù non doveva contare più di mille abitanti, per lo più pastori e contadini. Era però un luogo di passaggio per le carovane che da Gerusalemme si dirigevano in Egitto, tanto che fin dai tempi antichi il figlio di un amico del re Davide, Chamaam, vi aveva costruito un caravanserraglio (in ebraico geruth, “foresteria”).

In viaggio per il censimento
Betlemme dista da Nazareth circa 150 chilometri e il viaggio di Giuseppe e Maria non deve essere durato meno di tre-quattro giorni. Non sappiamo se l’obbligo di legge prevedeva anche la presenza della sposa, oltre a quella del capofamiglia. Ma dalle parole di Luca si può intuire che la gravidanza avanzata doveva aver consigliato, comunque, il fatto che la madre del Salvatore non fosse lasciata sola. Inoltre già l’angelo dell’annunciazione aveva predetto a Maria che al nascituro «il Signore Dio darà il trono di Davide suo padre», e ciò rappresentava una ragione in più perché il parto avvenisse proprio a Betlemme, la città che il profeta Michea nelle Scritture aveva indicato come patria del messia d’Israele. Si può immaginare che le strade fossero in condizioni abbastanza disastrate e affollate da famiglie in movimento a causa del censimento. Nella migliore delle ipotesi – osserva il Ricciotti – i due coniugi avranno avuto a disposizione un asino, caricato delle cibarie e delle vettovaglie necessarie per il viaggio. Un viaggio non facile per Maria, che stava ormai per partorire. I tre o quattro pernottamenti saranno stati fatti in qualche casa di amici o più probabilmente nei luoghi pubblici di sosta, a cielo aperto, fianco a fianco con gli altri viandanti, gli asini e i cammelli. Giunti a Betlemme, Giuseppe e Maria trovarono la città di Davide stracolma di gente. Anche il caravanserraglio, tradizionale luogo di ospitalità per i viaggiatori, era sovraffollato. «Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo» (Lc 2,6-7). L’albergo o locanda (to kataluma nel greco di Luca) altro non era che il caravanserraglio: uno spazio a cielo aperto, circondato da un muro piuttosto alto. All’interno, attorno al cortile, correva un portico che offriva riparo ed era a tratti chiuso da muretti. Si creavano così delle stanzette, riservate a chi poteva permettersi di pagare per avere una maggiore intimità. L’evangelista nota che «non c’era posto per essi nell’albergo». Secondo l’abate Ricciotti questa frase è più studiata di quanto appare a prima vista. È difficile immaginare che nel caravanserraglio o in tutta Betlemme non vi fosse un angolo per accogliere i due sposi. Quel «per essi» potrebbe però indicare che in quei giorni e in quelle circostanze, con il sovraffollamento e la totale promiscuità che si viveva nei luoghi pubblici e nelle povere abitazioni di Betlemme, ciò che mancava a Maria era un posto dove vivere la nascita di Gesù in riserbo e segretezza. Luca si limita a scrivere che «Maria diede alla luce suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia». La mangiatoia suppone una stalla e le stalle, nella povera città di Davide, erano piccole grotte scavate nella roccia nei dintorni delle case o nelle colline che circondavano Betlemme.

Quei gesti materni
Giuseppe e Maria si accomodarono “alla bell’e meglio” in una di queste tetre grotte accanto a qualche bestia. Dalle parole dell’evangelista si deduce che il parto avvenne senza l’aiuto di altre persone. La madre stessa accudisce il neonato, lo avvolge nelle fasce e lo depone nella mangiatoia, dove Giuseppe, che neppure è nominato, avrà disposto della paglia pulita. «Il testo lascia intuire un parto facile e ben condotto. E i primi gesti materni Maria li sa fare d’istinto, come ogni donna», scrive René Laurentin nella sua Vita autentica di Gesù Cristo. L’accenno al «figlio primogenito» non deve trarre in inganno e far supporre che la Madonna abbia avuto altri bambini: “figlio primogenito” (in ebraico bekor) è, infatti, un termine tecnico, di particolare importanza giuridica, perché il primogenito ebreo doveva essere presentato al Tempio, circostanza che Luca descrive nei capitoli successivi.
Il Messia d’Israele viene, dunque, al mondo nella semioscurità di un’appartata grotta scavata nella roccia. È un sovrano così diverso dall’Erode che regna su Gerusalemme circondato di lussi nel suo palazzo dorato. Ma anche quel bambino indifeso, quel re d’Israele nato in circostanze così umili, ebbe l’omaggio dei suoi primi “cortigiani”. Sudditi di condizione sociale non molto differente da quella dello stesso re Davide, già pastore di pecore. Betlemme sorgeva e sorge al limitare della steppa. Se è vero che molti capi di bestiame la notte venivano fatti rientrare nelle grotte, è altrettanto vero che molte greggi rimanevano continuamente all’aperto, giorno e notte, estate e inverno. Gruppi di uomini li sorvegliavano e vivevano con loro per tutto il tempo. «Pecorai di tal genere – scrive il Ricciotti – riscuotevano una pessima reputazione presso i Farisei e gli Scribi: in primo luogo la loro stessa vita nomade nella steppa scarseggiante d’acqua li rendeva lerci, fetenti, ignari di tutte le fondamentalissime leggi sulla lavanda delle mani, sulla purità delle stoviglie, sulla scelta dei cibi. Essi più di chiunque altro costituivano quel “popolo della terra” che era degno per i Farisei del più cordiale disprezzo; inoltre passavano per ladri tutti quanti, e si consigliava di non comperare da loro né lana né latte che potevano essere cose refurtive».

Il bambino in fasce
«C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: “Non temete, ecco, vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama”. Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano tra loro: “Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”. Andarono dunque senza indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che di quel bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,8-20). L’Altissimo fatto carne, l’avvenimento (Luca usa il termine rhema, che ricalca l’ebraico dabar e ha il doppio significato di “parola” e “avvenimento”) che divide in due la storia dell’uomo, il Messia tanto atteso dal fedele popolo d’Israele si manifesta innanzitutto ai pastori “lerci e fetenti”, progenie di quel re-pastore che fu Davide. È l’imperscrutabile metodo di Dio, così diverso e lontano da ogni immaginazione umana: l’infinitamente grande abbraccia l’infinitamente piccolo. Avvertiti dall’angelo, i pastori accorrono alla grotta. «Essendo poveri di denaro ma signori di spirito – fa osservare ancora il Ricciotti – non chiedono nulla, e ritornano senz’altro alle loro pecore: soltanto sentirono un gran bisogno di lodare Dio e di far sapere ad altri del posto quanto era accaduto». Avranno lasciato, ai piedi del neonato, un po’ di lana e un po’ di latte. Quei prodotti che i Farisei consideravano refurtiva.
 


Dall’omelia di Giovanni Paolo II a Betlemme nella piazza della Mangiatoia, antistante la Basilica della Natività. 22 marzo 2000

«Non temete, ecco, vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore» (Lc 2,10-11).
La gioia annunciata dall’angelo non è qualcosa che appartiene al passato. È una gioia di oggi, dell’oggi eterno della salvezza di Dio, che comprende tutti i tempi, passato, presente e futuro. All’alba del nuovo millennio siamo chiamati a comprendere più chiaramente che il tempo ha un senso perché qui l’Eterno è entrato nella storia e rimane con noi per sempre.
Il bambino appena nato, indifeso e totalmente dipendente dalle cure di Maria e di Giuseppe, affidato al loro amore, è l’intera ricchezza del mondo. Egli è il nostro tutto!

L’opera della nostra redenzione si dispiega nella debolezza.

Dov’è dunque il dominio del «Consigliere ammirabile, Dio potente e Principe della pace» di cui parla il profeta Isaia? Qual è il potere al quale si riferisce Gesù stesso quando afferma: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra» (Mt 28,18)? Il Regno di Cristo «non è di questo mondo» (Gv 18,36). Il suo Regno non è il dispiegamento di forza, di ricchezza e di conquista, che sembra forgiare la storia umana. Al contrario si tratta del potere di vincere il Maligno, della vittoria definitiva sul peccato e sulla morte. È il potere di guarire le ferite che deturpano l’immagine del Creatore nelle sue creature. Quello di Cristo è il potere che trasforma la nostra debole natura e ci rende capaci, mediante la grazia dello Spirito Santo, di vivere in pace gli uni con gli altri e in comunione con Dio. «A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). È questo il messaggio di Betlemme, oggi e sempre. È questo il dono straordinario che il Principe della Pace ha portato nel mondo duemila anni fa.

Nella grotta di Betlemme, è «apparsa infatti la grazia di Dio» (Tt 2,11). Nel Bambino che è nato, il mondo ha ricevuto «la misericordia promessa ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza per sempre» (cfr. Lc 1,54-55).

Un seme nella terra non si riconosce, non si riconosce da tutti gli altri pezzetti di terra, perché un seme nella terra è come un grano di terra. E il Signore è entrato nel mondo come un seme dentro la terra. Lo stupore e il brivido che abbiamo provato a Nazareth di fronte alla grotta dell’Annunciazione, o nella casetta di San Giuseppe, o qui nella grotta di Betlemme, è che tutto è avvenuto senza alcun clamore umano.

Questo seme prorompe dapprima in modo apparentemente insensibile, ma poi, dopo duemila anni, ne siamo investiti umanamente, ragionevolmente, affettivamente; attivamente investiti, e trasformati da esso innanzitutto nella mentalità. E infatti, la prima parola che dirà quel bambino diventato giovane sarà la parola metanoia, un modo di pensare e di sentire diverso. Ma non si può dire che sia un pensare e un sentire non umano: è un pensare e un sentire più umano, altrimenti noi non vi aderiremmo, non potremmo aderirvi, perché quello che cerchiamo è l’uomo.

Dove Dio costruisce la dimostrazione finale del Suo dominio? In ognuno di noi. È incominciato in noi come un cenno, come una parola, come un richiamo piccolo, fragile, quasi irriconoscibile nella sua verità e nella sua potenza irriducibile, come un seme dentro la terra. Il Signore usa questo metodo. E san Paolo lo ricorda tante volte. Il Signore usa questo metodo per dimostrare che la potenza non è nostra, non sta nella nostra intelligenza, non è una nostra forza, ma è Suo Potere.

Ma secondo quali modalità questo seme si è sviluppato e si è imposto agli occhi del mondo? È la seconda osservazione che volevo fare, e questa grotta dei Santi Innocenti ce la ricorda: la testimonianza. La testimonianza che è un atteggiamento, si tratti del vivere o del morire: vita e morte non avrebbero nessun significato se non ci fosse Cristo. Noi dobbiamo tendere a sviluppare il seme che è stato messo dentro la terra della nostra umanità, perché niente corrisponde alla nostra umanità più di questo seme.
(Don Giussani, in: Luigi Amicone, Sulle tracce di Cristo, Bur 2000)

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