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Il cerchio della gioia

Posté par atempodiblog le 30 septembre 2008

Il cerchio della gioia dans Don Bruno Ferrero Il-cerchio-della-gioia

Un giorno, non molto tempo fa, un contadino si presentò alla porta di un convento e bussò energicamente. Quando il frate portinaio aprì la pesante porta di quercia, il contadino gli mostrò, sorridendo, un magnifico grappolo d’uva.
« Frate portinaio » disse il contadino « sai a chi voglio regalare questo grappolo d’uva che è il più bello della mia vigna? ».
« Forse all’Abate o a qualche frate del convento ».
« No, a te! ».
« A me? » Il frate portinaio arrossì tutto per la gioia. « Lo vuoi dare proprio a me? »
« Certo, perché mi hai sempre trattato con amicizia e mi hai aiutato quando te lo chiedevo. Voglio che questo grappolo d’uva ti dia un po’ di gioia! ».
La gioia semplice e schietta che vedeva sul volto del frate portinaio illuminava anche lui.
Il frate portinaio mise il grappolo d’uva bene in vista e lo rimirò per tutta la mattina. Era veramente un grappolo stupendo. Ad un certo punto gli venne un’idea: « Perché non porto questo grappolo all’Abate per dare un po’ di gioia anche a lui? ».
Prese il grappolo e lo portò all’Abate.
L’Abate ne fu sinceramente felice. Ma si ricordò che c’era nel convento un vecchio frate ammalato e pensò: « Porterò a lui il grappolo, così si solleverà un poco ». Così il grappolo d’uva emigrò di nuovo. Ma non rimase a lungo nella cella del frate ammalato. Costui pensò infatti che il grappolo avrebbe fatto la gioia del frate cuoco, che passava le giornate ai fornelli, e glielo mandò. Ma il frate cuoco lo diede al frate sacrestano (per dare un po’ di gioia anche a lui), questi lo portò al frate più giovane del convento, che lo portò ad un altro, che pensò bene di darlo ad un altro.
Finché, di frate in frate il grappolo d’uva tornò dal frate portinaio (per portargli un po’ di gioia). Così fu chiuso il cerchio. Un cerchio di gioia.

Non aspettare che inizi qualche altro. Tocca a te, oggi, cominciare un cerchio di gioia. Spesso basta una scintilla piccola piccola per far esplodere una carica enorme. Basta una scintilla di bontà e il mondo comincerà a cambiare.
L’amore è l’unico tesoro che si moltiplica per divisione: è l’unico dono che aumenta quanto più ne sottrai. E’ l’unica impresa nella quale più si spende, più si guadagna; regalalo, buttalo via, spargilo ai quattro venti, vuotati le tasche, scuoti il cesto, capovolgi il bicchiere e domani ne avrai più di prima.

di Bruno Ferrero – 40 storie nel deserto

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Santi Angeli Custodi

Posté par atempodiblog le 30 septembre 2008

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Nella storia della salvezza, Dio affida agli Angeli l’incarico di proteggere i patriarchi, i suoi servi e tutto il popolo eletto. Pietro in carcere viene liberato dal suo Angelo. Gesù a difesa dei piccoli dice che i loro Angeli vedono sempre il volto del Padre che sta nei Cieli.
Figure celesti presenti nell’universo religioso e culturale della Bibbia – così come di molte religioni antiche – e quasi sempre rappresentati come esseri alati (in quanto forza mediatrice tra Dio e la Terra), gli angeli trovano l’origine del proprio nome nel vocabolo greco anghelos =messaggero. Non a caso, nel linguaggio biblico, il termine indica una persona inviata per svolgere un incarico, una missione. Ed è proprio con questo significato che la parola ricorre circa 175 volte nel Nuovo Testamento e 300 nell’Antico Testamento, che ne individua anche la funzione di milizia celeste, suddivisa in 9 gerarchie: Cherubini, Serafini, Troni, Dominazioni, Potestà, Virtù celesti, Principati, Arcangeli, Angeli. Oggi il tema degli Angeli, quasi scomparso dai sermoni liturgici, riecheggia stranamente nei pulpiti dei media in versione new age, nei film e addirittura negli spot pubblicitari, che hanno voluto recepirne esclusivamente l’aspetto estetico e formale.

Martirologio Romano: Memoria dei santi Angeli Custodi, che, chiamati in primo luogo a contemplare il volto di Dio nel suo splendore, furono anche inviati agli uomini dal Signore, per accompagnarli e assisterli con la loro invisibile ma premurosa presenza.

La memoria dei Santi Angeli, oggi espressamente citati nel “Martirologio Romano” della Chiesa Cattolica, come Angeli Custodi, si celebra dal 1670 il 2 ottobre, data fissata da papa Clemente X (1670-1676); la Chiesa Ortodossa li celebra l’11 gennaio.
Ma chi sono gli Angeli e che rapporto hanno nella storia del genere umano? Prima di tutto l’esistenza degli Angeli è un dogma di fede, definito più volte dalla Chiesa (Simbolo Niceno, Simbolo Costantinopolitano, IV Concilio Lateranense (1215), Concilio Vaticano I (1869-70)).
Tutto ciò che riguarda gli Angeli, ha costituito una scienza propria detta ‘angiologia’; e tutti i Padri della Chiesa e i teologi, hanno nelle loro argomentazioni, espresso ed elaborato varie interpretazioni e concetti, riguardanti la loro esistenza, creazione, spiritualità, intelligenza, volontà, compiti, elevazione e caduta.
Come si vede la materia è così vasta e profonda, che è impossibile in questa scheda succinta, poter esporre esaurientemente l’argomento, ci limiteremo a dare qualche cenno essenziale.

Esistenza e creazione
La creazione degli angeli è affermata implicitamente almeno in un passo del Vecchio Testamento, dove al Salmo 148 (Lode cosmica), essi sono invitati con le altre creature del cielo e della terra a benedire il Signore: “Lodate il Signore dai cieli, lodatelo nell’alto dei cieli. Lodatelo, voi tutti suoi angeli, lodatelo, voi tutte sue schiere… Lodino tutti il nome del Signore, perché al suo comando ogni cosa è stata creata”.

Nel nuovo Testamento (Col. 1.16) si dice: “per mezzo di Cristo sono state create tutte le cose nei cieli e sulla terra”. Quindi anche gli angeli sono stati creati e se pure la tradizione è incerta sul tempo e nell’ordine di questa creazione, essa è ritenuta dai Padri indubitabile; certamente prima dell’uomo, perché alla cacciata dal paradiso terrestre di Adamo ed Eva, era presente un angelo, posto poi a guardia dell’Eden, per impedirne il ritorno dei nostri progenitori.

Spiritualità
La spiritualità degli angeli, è stato oggetto di considerazioni teologiche fra i più grandi Padri della Chiesa; s. Giustino e s. Ambrogio attribuivano agli angeli un corpo, non come il nostro, ma luminoso, imponderabile, sottile; s. Basilio e s. Agostino furono esitanti e si espressero non chiaramente; s. Giovanni Crisostomo, s. Gerolamo, s. Gregorio Magno, asserirono invece l’assoluta spiritualità; il già citato Concilio Lateranense IV, quindi il Magistero della Chiesa, affermò che gli Angeli sono spirito senza corpo.
L’angelo per la sua semplicità e spiritualità è immortale e immutabile, privo di quantità non può essere localmente presente nello spazio, però si rende visibile in un luogo per esplicare il suo operato; non può moltiplicarsi entro la stessa specie e s. Tommaso d’Aquino afferma che tante sono le specie angeliche quanti sono gli stessi angeli, l’uno diverso dall’altro.
Nella Bibbia si parla di angeli come di messaggeri ed esecutori degli ordini divini; nel Nuovo Testamento essi appaiono chiaramente come puri spiriti.
Nella credenza ebraica essi furono talvolta avvicinati a esseri materiali, ai quali si offriva ospitalità, che essi ricambiavano con benedizioni, promesse di prosperità, ecc.

Intelligenza e volontà
L’Angelo in quanto essere spirituale non può essere sprovvisto della facoltà dell’intelligenza e della volontà; anzi in lui debbono essere molto più potenti, in quanto egli è puro di spirito; sulla prontezza e infallibilità dell’intelligenza angelica, come pure sull’energia, la tenace volontà, la libertà superiore, il grande Dottore Angelico, s. Tommaso d’Aquino, ha scritto ampiamente nella sua “Summa Theologica”, alla quale si rimanda per un approfondimento.

Elevazione
La Sacra Scrittura suggerisce più volte che gli Angeli godono della visione del volto di Dio, perché la felicità alla quale furono destinati gli spiriti celesti, sorpassa le esigenze della natura ed è soprannaturale.
E nel Nuovo Testamento frequentemente viene stabilito un paragone fra uomini, santi e angeli, come se la meta cui sono destinati i primi, altro non sia che una partecipazione al fine già conseguito dagli angeli buoni, i quali vengono indicati come ‘santi’, ‘figli di Dio’, ‘angeli di luce’ e che sono ‘innanzi a Dio’, ‘al cospetto di Dio o del suo trono’; tutte espressioni che indicano il loro stato di beatitudine; essi furono santificati nell’istante stesso della loro creazione.

Caduta
Il Concilio Lateranense IV, definì come verità di fede che molti Angeli, abusando della propria libertà caddero in peccato e diventarono cattivi.
San Tommaso affermò che l’Angelo poté commettere solo un peccato d’orgoglio, lo spirito celeste deviò dall’ordine stabilito da Dio e non accettandolo, non riconobbe al disopra della sua perfezione, la supremazia divina, quindi peccato d’orgoglio cui conseguì immediatamente un peccato di disobbedienza e d’invidia per l’eccellenza altrui.
Altri peccati non poté commetterli, perché essi suppongono le passioni della carne, ad esempio l’odio, la disperazione. Ancora s. Tommaso d’Aquino specifica, che il peccato dell’Angelo è consistito nel volersi rendere simile a Dio.
La tradizione cristiana ha dato il nome di Lucifero al più bello e splendente degli angeli e loro capo, ribellatosi a Dio e precipitato dal cielo nell’inferno; l’orgoglio di Lucifero per la propria bellezza e potenza, lo portò al grande atto di superbia con il quale si oppose a Dio, traendo dalla sua parte un certo numero di angeli.
Contro di lui si schierarono altri angeli dell’esercito celeste capeggiati da Michele, ingaggiando una grande e primordiale lotta nella quale Lucifero con tutti i suoi, soccombette e fu precipitato dal cielo; egli divenne capo dei demoni o diavoli nell’inferno e simbolo della più sfrenata superbia.
Il nome Lucifero e la sua identificazione con il capo ribelle degli angeli, derivò da un testo del profeta Isaia (14, 12-15) in cui una satira sulla caduta di un tiranno babilonese, venne interpretata da molti scrittori ecclesiastici e dallo stesso Dante (Inf. XXIV), come la descrizione in forma poetica della ribellione celeste e della caduta del capo degli angeli.
“Come sei caduto dal cielo, astro del mattino, figlio dell’aurora! Come sei stato precipitato a terra, tu che aggredivi tutte le nazioni! Eppure tu pensavi in cuor tuo: Salirò in cielo, al di sopra delle stelle di Dio innalzerò il mio trono… salirò sulle nubi più alte, sarò simile all’Altissimo. E invece sei stato precipitato nell’abisso, nel fondo del baratro!”

L’esercito celeste
La figura dell’Angelo come simbolo delle gerarchie celesti, in genere appare fin dai primi tempi del cristianesimo, collocandosi in prosecuzione della tradizione ebraica e come trasformazione dei tipi precristiani delle Vittorie e dei Geni alati, che avevano anche la funzione mediatrice, tra le supreme divinità e il mondo terrestre.
Attraverso l’insegnamento del “De celesti hierarchia” dello pseudo Dionigi l’Areopagita, essi sono distribuiti in tre gerarchie, ognuna delle quali si divide in tre cori.
La prima gerarchia comprende i serafini, i cherubini e i troni; la seconda le dominazioni, le virtù, le potestà; la terza i principati, gli arcangeli e gli angeli.
I cori si distinguono fra loro per compiti, colori, ali e altri segni identificativi, sempre secondo lo pseudo Areopagita, i più vicini a Dio sono i serafini, di colore rosso, segno di amore ardente, con tre paia di ali; poi vengono i cherubini con sei ali cosparse di occhi come quelle del pavone; le potestà hanno due ali dai colori dell’arcobaleno; i principati sono angeli armati rivolti verso Dio e così via.
Più distinti per la loro specifica citazione nella Bibbia, sono gli Arcangeli, i celesti messaggeri, presenti nei momenti più importanti della Storia della Salvezza; Michele presente sin dai primordi a capo dell’esercito del cielo contro gli angeli ribelli, apparve anche a papa s. Gregorio Magno sul Castel S. Angelo a Roma, lasciò il segno della sua presenza nel Santuario di Monte S. Angelo nel Gargano; Gabriele il messaggero di Dio, apparve al profeta Daniele; a Zaccaria annunciante la nascita di s. Giovanni Battista, ma soprattutto portò l’annuncio della nascita di Cristo alla Vergine Maria; Raffaele è citato nel Libro di Tobia, fu guida e salvatore dai pericoli del giovane Tobia, poi non citato nella Bibbia, c’è Uriele, nominato due volte nel quarto libro apocrifo di Ezra, il suo nome ricorre con frequenza nelle liturgie orientali, s. Ambrogio lo poneva fra gli arcangeli, accompagnò il piccolo s. Giovanni Battista nel deserto, portò l’alchimia sulla terra.

L’angelo nell’arte
Ricchissima è l’iconografia sugli angeli, la cui condizione di esseri spirituali, senza età e sesso, ha fatto sbizzarrire tutti gli artisti di ogni epoca, nel raffigurarli secondo la dottrina, ma anche con il proprio estro artistico.
Gli artisti, specie i pittori, vollero esprimere nei loro angeli un sovrumano stato di bellezza, avvolgendoli a volte in vesti sacerdotali o in classiche tuniche, a volte come genietti dell’arte romana, quasi sempre con le ali e con il nimbo (nuvoletta); dal secolo IV e V li ritrassero in aspetto giovanile, efebico, solo nell’epoca barocca apparirà il tipo femminile.
Gli angeli furono raffigurati non solo in atteggiamento adorante, come nelle magnifiche Natività o nelle Maestà medioevali, ma anche in atteggiamento addolorato e umano nelle Deposizioni, vedasi i gesti di disperazione per la morte di Gesù, degli angeli che assistono alla deposizione dalla croce, nel famoso dipinto di Giotto “Compianto di Cristo morto” (Cappella degli Scrovegni, Padova).
Poi abbiamo angeli musicanti e che cantano in coro, che suonano le trombe (tubicini); gli angeli armati in lotta con il demonio; angeli che accompagnano lo svolgersi delle opere di misericordia, ecc.

L’angelo nella Bibbia
Specifici episodi del Vecchio e Nuovo Testamento, indicano la presenza degli Angeli: la lotta con l’angelo di Giacobbe (Genesi 32, 25-29); la scala percorsa dagli angeli, sognata da Giacobbe (Genesi, 28, 12); i tre angeli ospiti di Abramo (Genesi, 18); l’intervento dell’angelo che ferma la mano di Abramo che sta per sacrificare Isacco; l’angelo che porta il cibo al profeta Elia nel deserto.
L’annuncio ai pastori della nascita di Cristo; l’angelo che compare in sogno a Giuseppe, suggerendogli di fuggire con Maria e il Bambino; gli angeli che adorano e servono Gesù dopo le tentazioni nel deserto; l’angelo che annunciò alla Maddalena e alle altre donne, la resurrezione di Cristo; la liberazione di s. Pietro, dal carcere e dalle catene a Roma; senza dimenticare la cosmica e celeste simbologia angelica dell’Apocalisse di s. Giovanni Evangelista.

L’Angelo Custode
Infine l’Angelo Custode, l’esistenza di un angelo per ogni uomo, che lo guida, lo protegge, dalla nascita fino alla morte, è citata nel Libro di Giobbe, ma anche dallo stesso Gesù, nel Vangelo di Matteo, quando indicante dei fanciulli dice: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli”.
La Sacra Scrittura parla di altri compiti esercitati dagli angeli, come quello di offrire a Dio le nostre preghiere e sacrifici, oltre quello di accompagnare l’uomo nella via del bene.

Il nome di ‘angelo’ nel discorrere corrente, ha assunto il significato di persona di eccezionale virtù, di bontà, di purezza, di bellezza angelica e indica perfezione.

Autore: Antonio Borrelli – santiebeati.it

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Il nuovo Calendario universale della Chiesa ha conservato, a questa data, non la festa, ma la memoria degli Angioli Custodi.
Abbiamo già parlato, il 5 maggio, dell’unico Santo che ripete, nei calendari, il nome di Angelo, il carmelitano Martire in Sicilia. Ma tra i moltissimi fedeli che ripetono questo nome così diffuso non mancheranno quelli che preferiscono celebrare il loro onomastico nel giorno dedicato proprio agli Angioli, non di nome ma di fatto.
Un tempo questa festa veniva celebrata il 29 settembre, insieme con quella di San Michele, custode e protettore per eccellenza. Tre giorni fa, a quella data, abbiamo ricordato i tre Arcangeli principali, e diciamo così prototipi, ognuno con il loro nome: Michele, Gabriele e Raffaele.
L’uso di una festa particolare dedicata agli Angioli Custodi si diffuse nella Spagna nel ’400, e nel secolo successivo in Portogallo, più tardi ancora in Austria. Nel 1670, il Papa Clemente X ne fissò la data al 2 ottobre.
La devozione per gli Angioli è più antica di quella per i Santi: prese particolare importanza nel Medioevo quando i monaci solitari ricercarono la compagnia di queste invisibili creature e le sentirono presenti nella loro vita di silenzioso raccoglimento.
Dopo il concilio di Trento, la devozione per gli Angioli fu meglio definita e conobbe nuova diffusione. Nella vita attuale, però, gli uomini trascurano sempre di più la propria angelica compagnia, e non avvertono ormai la presenza di un puro spirito, testimone costante dei pensieri e delle azioni umane.
Di solito si parla dell’Angiolo Custode soltanto ai bambini, e per questo anche l’iconografia si è fissata sulla figura dell’Arcangiolo Raffaele, che guida e conduce il giovane Tobiolo.
Gli adulti, invece, dimenticano facilmente il loro adulto testimone e consigliere, il loro invisibile compagno di viaggio, il muto testimone della loro vita. E anche questo aumenta il senso della desolazione e addirittura dell’angoscia che caratterizza il nostro tempo, nel 4uale si sono lasciate cadere, come infantili fantasie, tante consolanti e sostenitrici verità di fede.
R infatti verità di fede che ogni cristiano, dal Battesimo, riceve il proprio Angiolo Custode, che lo accompagna, lo ispira e lo guida, per tutta la vita, fino alla morte, esemplare perfetto della condotta che si dovrebbe tenere nei riguardi di Dio e degli uomini.
L’Angiolo Custode è dunque il luminoso specchio sul quale ogni cristiano dovrebbe riflettere la propria condotta giornaliera.
Per questo la Chiesa ha dettato una delle più belle preghiere che dice: « Angiolo di Dio, che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi e governa me, che ti fui affidato dalla pietà celeste. Così sia ».

Fonte: Archivio Parrocchia – santiebeati.it

 

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Il topolino

Posté par atempodiblog le 29 septembre 2008

Il topolino dans Don Bruno Ferrero Il-topolino

In una notte gelida d’inverno, un lama buddhista trovò sulla soglia della porta un topolino intirizzito e quasi morto di freddo. Il lama raccolse il topolino, lo ristorò e gli chiese di restare a fargli compagnia. Da quel momento la vita del topolino fu piacevole. Ma nonostante questo, la bestiola non aveva l’aria felice. Il lama si preoccupò: « Che hai, piccolo amico? », gli chiese.
« Tu sei molto buono con me. E tutto nella tua casa è molto buono con me. Ma c’è il gatto… ».
Il lama sorrise. Non aveva pensato al gatto di casa, un animale troppo saggio e troppo ben pasciuto per degnarsi di dare la caccia ai topi.
Il lama esclamò: « Ma quel bel micione non ti vuole certo male, amico mio! Non farebbe mai male a un topolino! Non hai niente da temere, te lo assicuro ».
« Ti credo, ma è più forte di me » piagnucolò il topolino. « Ho tanta paura del gatto. Il tuo potere è grande. Trasformami in gatto! Cosi non avrei più paura di quella bestia orribile ».
Il lama scosse la testa. Non gli sembrava una buona idea… Ma il topolino lo supplicava e allora disse: « Sia fatto come desideri, piccolo amico! ».
E di colpo il topolino fu trasformato in un grosso gatto.
Quando morì la notte e nacque il giorno, un bel gattone uscì dalla camera del lama. Ma appena vide il gatto di casa, il gatto-topolino corse a rifugiarsi nella camera del lama e si infilò sotto il letto.
« Che ti succede, piccolo amico? » chiese il lama, sorpreso. « Avrai mica ancora paura del gatto? ».
Il topolino-gatto si vergognò moltissimo. E implorò: « Ti prego trasformami in un cane, un grosso cane dalle zanne taglienti, che abbaia forte… ».
« Dal momento che lo desideri ti accontento e così sia! ».
Quando il giorno morì e si accesero le lampade a olio, un grosso cane nero uscì dalla camera del lama. Il cane andò fin sulla soglia della casa e incontrò il gatto di casa che usciva dalla cucina. Il gattone quasi svenne per la paura alla vista del cane. Ma il cane ebbe ancora più paura. Guaì penosamente e corse a rifugiarsi nella camera del lama. Il saggio guardò il povero cane tremante e disse: « Che ti succede? Hai incontrato un altro cane? ».
Il cane-topolino si vergognò da morire. E chiese: « Trasformami in una tigre, ti prego, in una grossa terribile tigre! ».
Il lama lo accontentò e, il giorno dopo, una enorme tigre dagli occhi feroci uscì dalla camera del lama. La tigre passeggiò per tutta la casa spaventando tutti, poi uscì nel giardino e là incontrò il gatto che usciva dalla cucina. Appena vide la tigre, il gatto fece un balzo terrorizzato, si arrampicò su un albero e poi chiuse gli occhi, dicendo: « Sono un gatto morto! ».
Ma la tigre, vedendo il gatto, miagolò lamentosamente e fuggì ancora più veloce del gatto e corse a rifugiarsi in un angolo della stanza del lama.
« Che bestia spaventosa hai incontrato? », gli chiese il lama.
« Io… io ho paura… del… gatto! », balbettò la tigre, che tremava ancora.
Il lama scoppiò in una gran risata. « Adesso capisci, piccolo amico » spiegò. « L’apparenza non è niente! Di fuori hai l’aspetto terribile di una tigre, ma hai paura del gatto perché il tuo cuore è rimasto quello di un topolino ».

Bisogna sempre incominciare dal cuore.

di Bruno Ferrero – A volte basta un raggio di sole

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Dono e Mistero

Posté par atempodiblog le 28 septembre 2008

GIOVANNI PAOLO II

DONO E MISTERO
Nel 50° del mio sacerdozio

LIBRERIA EDITRICE VATICANA

Dono e Mistero dans Libri iconarrowrk7 http://www.vatican.va/archive/books/gift_mystery/documents/archive_gift-mystery_book_1996_it.html

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Il dominatore del mondo

Posté par atempodiblog le 28 septembre 2008

IL DOMINATORE DEL MONDO di ROBERT HUGH BENSON

Il libro si può leggere integralmente qui Il dominatore del mondo dans Anticristo iconarrowti7 Il dominatore del mondo.

Inoltre… iconarrowti7 dans Libri Il volto umano dell’Anticristo.

div23di7 dans Racconti e storielle

Presentazione: Il processo di secolarizzazione dell’Occidente, prima di arrivare all’ateismo contemporaneo – l’odierno Dio non esiste -, ha dovuto percorrere alcune tappe. Tra le prime di esse, vi è quella che comporta il rifiuto della Chiesa Cattolica, sintetizzabile nel motto Cristo sì, Chiesa no. Dalla negazione della divina istituzione della Chiesa, è stato più facile passare alla negazione della divinità di Cristo – Dio sì, Cristo no – e, successivamente, all’ateismo. Il libro […] vuole risalire la china della deriva secolarizzante, concentrandosi sulla confutazione della prima, inelubile, tappa della modernità: quella della persistenza del Salvatore nella sua Chiesa, che – secondo monsignor Benson – è all’origine della pretesa cristiana.

Tratto da: Totustuus.net
Fonte: lucisullest.it

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La zuccheriera

Posté par atempodiblog le 27 septembre 2008

La zuccheriera  dans Cardinale Gianfranco Ravasi zuccherieraak1

La piccola cura (purché non sia l’unica!) di rifornire la zuccheriera, prima che altri la trovino vuota, è un atto di amore domestico. L’amore è grande, ma è fatto di cose piccole. Basta solo un ammiccare degli occhi o un tocco della mano o una parola sussurrata: quando si è innamorati o, più semplicemente, ci si vuole bene, basta solo un piccolo gesto per dire tutto. Sì, anche il preparare per l’altro la colazione al mattino o, ancor più essenzialmente, riempire una zuccheriera può trasformarsi in una specie di lettera d’amore. Ha ragione Enrico Peyretti, mio antico compagno di studi, quando scrive, nella rubrica che tiene sulla rivista Rocca, che «l’amore è grande, ma è fatto di cose piccole». La sua genuinità ha come cartina di tornasole proprio la quotidianità. Io, però, vorrei ora mettere l’accento su un inciso marginale che è presente nel testo sopra citato: «purché non sia l’unica» (la piccola cosa che alimenta l’amore). Sì, perché spesso nella coppia, nella famiglia, nell’amicizia si lasciano troppe cose importanti come implicite; non le si dichiarano mai, non le si manifestano, non le si esprimono in parole esplicite, in atti significativi. Non bisogna affidare tutto al piccolo gesto o all’intuizione dell’altro: certe relazioni si usurano e si spezzano perché si è avuta forse la pigrizia o il pudore di non dire all’altra persona in modo forte e chiaro quanto fosse preziosa, cara, insostituibile. Ci sono, perciò, anche le grandi cose e non solo le piccole ad alimentare e sostenere l’amore perché, come diceva Ungaretti, «il vero amore è una quiete accesa» (nel Sentimento del tempo), è pace silenziosa e grido ardente.

di Gianfranco Ravasi – Avvenire

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Due blocchi di ghiaccio

Posté par atempodiblog le 24 septembre 2008

Due blocchi di ghiaccio dans Don Bruno Ferrero Due-blocchi-di-ghiaccio

C’erano una volta due blocchi di ghiaccio. Si erano formati durante il lungo inverno, all’interno di una grotta di tronchi, rocce e sterpaglie in mezzo ad un bosco sulle pendici di un monte. Si fronteggiavano con ostentata reciproca indifferenza. I loro rapporti erano di una certa freddezza. Qualche « buongiorno », qualche « buonasera ». Niente di più. Non riuscivano cioè a « rompere il ghiaccio ».
Ognuno pensava dell’altro: « Potrebbe anche venirmi incontro ». Ma i blocchi di ghiaccio, da soli, non possono nè andare nè venire.
Ma non succedeva niente e ogni blocco di ghiaccio si chiudeva ancora di più in se stesso. Nella grotta viveva un tasso. Un giorno sbottò: »Peccato che ve ne dobbiate stare qui. E’ una magnifica giornata di sole! ». I due blocchi di ghiaccio scricchiolarono penosamente. Fin da piccoli avevano appreso che il sole era il grande pericolo. Sorprendentemente quella volta, uno dei due blocchi di ghiaccio chiese: « Com’è il sole? ». « E’ meraviglioso, è la vita! » rispose il tasso. « Puoi aprirci un buco nel tetto della tana… Vorrei vedere il sole… » disse l’altro. Il tasso non se lo fece ripetere. Aprì uno squarcio nell’intrico delle radici e la luce calda e dolce del sole entrò come un fiotto dorato. Dopo qualche mese, un mezzodì, mentre il sole intiepidiva l’aria, uno dei blocchi si accorse che poteva fondere un po’ e liquefarsi diventando un limpido rivolo d’acqua. Si sentiva diverso, non era più lo stesso blocco di ghiaccio di prima. Anche l’altro fece la stessa meravigliosa scoperta. Giorno dopo giorno, dai blocchi di ghiaccio sgorgavano due ruscelli d’acqua che scorrevano all’imboccatura della grotta e, dopo poco, si fondevano insieme formando un laghetto cristallino, che rifletteva il colore del cielo. I due blocchi di ghiaccio sentivano ancora la loro freddezza, ma anche la loro fragilità e la loro solitudine, la preoccupazione e l’insicurezza comuni. Scoprirono di essere fatti allo stesso modo e di aver bisogno in realtà l’uno dell’altro. Arrivarono due cardellini e un’allodola e si dissetarono. Gli insetti vennero a ronzare intorno al laghetto, uno scoiattolo dalla lunga coda morbida ci fece il bagno. E in tutta questa felicità si rispecchiavano i due blocchi di ghiaccio che ora avevano trovato un cuore.

A volte basta solo un raggio di sole. Una parola gentile. Un saluto. Una carezza. Un sorriso. Ci vuole così poco a fare felici quelli che ci stanno accanto. Allora, perchè non lo facciamo?

di Bruno Ferrero – A volte basta un raggio di sole

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Il falenino e la stella

Posté par atempodiblog le 23 septembre 2008

Il falenino e la stella dans Don Bruno Ferrero Una-stella-nella-tua-vita

Una piccola falena d’animo delicato s’invaghì una volta di una stella. Ne parlò alla madre e questa gli consigliò d’invaghirsi invece di un abat-jour. «Le stelle non son fatte per svolazzarci dietro», gli spiegò. «Le lampade, a quelle sì puoi svolazzare dietro».
«Almeno lì approdi a qualcosa», disse il padre. «Andando dietro alle stelle non approdi a niente».
Ma il falenino non diede ascolto né all’uno né all’altra. Ogni sera, al tramonto, quando la stella spuntava s’avviava in volo verso di essa e ogni mattina, all’alba, se ne tornava a casa stremato dall’immane e vana fatica.
Un giorno il padre lo chiamò e gli disse: «Non ti bruci un’ala da mesi, ragazzo mio, e ho paura che non te la brucerai mai. Tutti i tuoi fratelli si sono bruciacchiati ben bene volteggiando intorno ai lampioni di strada, e tutte le tue sorelle si sono scottate a dovere intorno alle lampade di casa. Su avanti, datti da fare, vai a prenderti una bella scottatura! Un falenotto forte e robusto come te senza neppure un segno addosso!».
Il falenino lasciò la casa paterna ma non andò a volteggiare intorno ai lampioni di strada ne intorno alle lampade di casa: continuò ostinatamente i suoi tentativi di raggiungere la stella, che era lontana migliaia di anni luce. Lui credeva invece che fosse impigliata tra i rami più alti di un olmo.
Provare e riprovare, puntando alla stella, notte dopo notte, gli dava un certo piacere, tanto che visse fino a tardissima età. I genitori, i fratelli e le sorelle erano invece morti tutti bruciati ancora giovanissimi.

La stella della speranza è un segno distintivo. Ogni giorno dovresti chiedere la fede per osare l’impossibile. Chi desidera operare con Cristo e, di conseguenza, trasformare il mondo, rifiuterà di adeguarsi a leggi ed ordinamenti precostituiti. Sarà disobbediente, quando altri obbediranno, eseguirà quando altri troveranno insensato l’ordine impartito. Il mondo gli apparirà una prigione, quando altri parleranno di libertà, ed esso sarà trasparente agli occhi della sua fede, quando altri saranno disperati, sentendosi prigionieri. Fare cose impossibili è il realismo di coloro che conoscono la voce del loro Signore.
Se c’è una stella nel cielo della tua vita, non perdere tempo a scottarti a qualche lampadina.

di Bruno Ferrero - 40 storie nel deserto

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Intervista-verità a Ivano Fanini

Posté par atempodiblog le 23 septembre 2008

Pantani, la provetta scambiata e il dopato che vincerà il Mondiale di Varese
Intervista-verità a Ivano Fanini, presidente dell’Amore & Vita: “I big hanno lasciato la Vuelta una settimana prima per assumere epo in tranquillità” – “Riccò? Da squalifica a vita” – “Tutti i miei ragazzi morti miseramente”
di Paolo Ziliani – paoloziliani.it

Mino Favini

Non usa giri di parole Ivano Fanini, 57 anni, presidente del team ciclistico «Amore & Vita-McDonald’s», parlando dell’aria pesantissima che si respira in gruppo a 5 giorni dalla gara clou dei professionisti ai Mondiali di Varese.

Fanini, che Mondiali saranno?
«Se alla Rai facessero le cose per bene, domenica, al momento della premiazione della prova iridata su strada dei professionisti, dovrebbero mandare una didascalia che dica: “Corridore Tizio, medaglia d’oro, dopato; corridore Caio, medaglia d’argento, dopato; corridore Sempronio, medaglia di bronzo, dopato”».

Le sue sono accuse molto gravi.
«Lo so, ma accadrà quello che avviene da anni nei Giri d’Italia, di Spagna e di Francia: vincerà un corridore che si dopa, altrimenti non ce la farebbe, e batterà un corridore che si dopa e un altro che si dopa. E se le “cure” saranno state fatte in modo “intelligente”, l’antidoping non diventerà un problema».

Si spieghi meglio.
«Ha visto cos’è successo nell’ultima settimana della Vuelta? Tutti i big che puntano a vincere il Mondiale e i loro gregari sono tornati a casa senza un motivo giustificato. Ho chiesto al mio direttore sportivo, Pierino Gavazzi, che è stato tre volte campione d’Italia e ha vinto una Sanremo, come mai succede questo: e mi ha risposto che i corridori tornano per fare quello che in gergo viene chiamato il “rifornimento”, cioè per assumere epo al riparo da occhi indiscreti. È quello che i corridori chiamano “la cura”. La fanno tutti, il big che deve vincere e il gregario che deve aiutare a vincere. Unica avvertenza: sospenderla qualche giorno prima della corsa per non lasciare tracce il giorno fatidico».

Qualcuno però ogni tanto viene beccato.
«Poca roba. Nella rete generalmente finiscono i giovani, come Riccò e Sella. Dopo i tanti casi di doping in cui era stato coinvolto da dilettante, Riccò avrebbe già meritato di essere squalificato a vita. In quanto a Sella, fino a un anno fa era un corridore normale. Di colpo, al Giro 2008, è diventato un fenomeno: e anche nel suo caso la spiegazione ha il nome della nuova epo, il Cera. Anche lui in un certo senso paga l’inesperienza. Errori così non li commette certo un Piepoli, la lunga ombra di Riccò. Che la sua squadra ha licenziato lo stesso perché nessuno ormai si fida più di uno come lui».

Riccò cacciato dal Tour ha fatto rivivere i fantasmi di Pantani, spedito a casa in maglia rosa a Madonna di Campiglio il 5 giugno del 1999.
«È vero. Ma nessuno sa che anche l’anno prima, al Giro del ’98, quello da lui vinto trionfalmente, Pantani avrebbe dovuto essere mandato a casa. Invece al posto suo fu cacciato Forconi, un gregario. Che il giorno dopo, visto che era un mio ex corridore, era stato con me 6 anni all’Amore & Vita, venne a trovarmi in ufficio e mi raccontò tutto. “Hanno fatto uno scambio di provette e hanno mandato a casa me, che alla Mercatone sono l’unico ad avere i valori bassi”, mi disse. Riccardo era un modesto gregario, uno da 20-30 milioni di lire l’anno. Beh, dopo quell’episodio, e quella squalifica, si è costruito una villa sulle colline di Empoli: e si è fatto una posizione. Oggi collabora con Beppe Martinelli, il direttore sportivo di allora, ed è il team manager della Vangi, un club di dilettanti assai quotato».

Abbiamo parlato di Riccò, Sella, Piepoli, ma fra i corridori squalificati in casi diversi ci sono stati anche Basso, Di Luca, Petacchi…
«È una situazione senza ritorno. Un anno fa, al Giro, dopo il tappone dello Zoncolan vennero sottoposti a un controllo a sorpresa Di Luca, Riccò, Simoni e Mazzoleni: i 4 italiani meglio piazzati in classifica. Ebbene, tutti e 4 fecero la pipì degli angeli: in pratica mostrarono il profilo ormonale di un bambino di 7 anni. Una cosa da ridere. Nonostante questo, credo che Di Luca continui a intrattenere rapporti col medico super-squalificato Santuccione; e il massaggiatore di Riccò è sempre Pregnolato, che seguiva Pantani e fu incastrato nella retata dei Nas a Sanremo, nel Giro del 2001, con un sacco di robaccia in valigia, quindi venne squalificato. Per non parlare di Basso, che è stato coinvolto nell’Operación Puerto, ha raccontato un sacco di balle e adesso è pronto al rientro, bello come il sole».

Che cosa si dovrebbe fare?
«Squalificare a vita l’atleta trovato positivo. Ed estendere automaticamente la squalifica al team manager, o direttore sportivo, perché alle verginelle tradite dal loro pupillo non crede più nessuno. Due anni fa, dopo i pasticci combinati dai suoi corridori, la Milram ha licenziato in tronco il d.s. Stanga – che sapeva tutto – e ha fatto bene. E mi chiedo: che cosa ci sta a fare ancora nel ciclismo uno come Bjarne Rijs? Uno che ha imbrogliato tutta la vita, che ha vinto un Tour da dopato e che dopo gli scempi commessi da d.s. è ancora lì, sull’ammiraglia, e ha appena vinto il Tour de France con Sastre, che sul podio a Parigi ha avuto l’impudenza di ringraziare Manolo Saiz, ossia il principale artefice del doping nel ciclismo assieme ai medici Ferrari e Santuccione».

Lei è il presidente dell’Amore & Vita-McDonald’s e da molti anni si sta battendo a spada tratta contro il doping. Perché lo fa?
«Fino al ’98 sono stato un dirigente come un altro, ho fatto come tutti. Le mie squadre hanno vinto una quindicina di tappe, tra Giro e Vuelta, con corridori che si dopavano. Poi ho cominciato a vedere ragazzi che stavano male, ho cominciato a contare i morti, e mi sono ribellato. Vuole sapere quanti miei ex ragazzi sono morti negli ultimi anni? Sei. E ben tre nelle ultime tre stagioni: Galletti, Cox e Fois. Galletti l’avevo ingaggiato a 30 anni a patto che non toccasse più il doping e si era rilanciato al punto da diventare un fido gregario di Cipollini. È morto in gara due anni fa. Cox, sudafricano, aveva talento e a 23 anni era passato alla Barloworld: a 28 anni è morto nel suo Paese, abbandonato da tutti, dopo un’inutile operazione in Francia per problemi vascolari dovuti all’assunzione di sostanze proibite. Fois è stato l’ultimo, circa 6 mesi fa: è morto con la maglia dell’Amore & Vita nell’armadio. Come ho fatto spesso con tanti corridori in difficoltà, l’avevo ingaggiato per ridargli una ragione di vita, per toglierlo dalla strada. Si stava riprendendo. Non ce l’ho fatta».

Ma i telecronisti e gli inviati, quando Riccò vince «alla Pantani», si perdono in peana.
«Sanno tutto ma tacciono. E quando succede il fattaccio fingono di stracciarsi le vesti. La parola d’ordine è “business & spettacolo”: il resto non conta. E la salute dei corridori meno che mai. Un dramma, perché molti di questi ragazzi, quando subiscono lunghe squalifiche o smettono di correre, passano dal doping alla cocaina o ad altre tossicodipendenze. Com’è successo a Pantani, a Jiménez e a Fois: che purtroppo oggi non ci sono più».

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Preghiera di Santa Bernadette

Posté par atempodiblog le 23 septembre 2008

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Per l’indigenza di mamma e papà
per la rovina del mulino, per il vino della stanchezza,
per le pecore rognose: grazie, mio Dio!

Bocca di troppo da sfamare che ero;
per i bambini accuditi, per le pecore custodite, grazie!

Grazie o mio Dio, per il Procuratore,
per il Commissario, per i Gendarmi,
per le dure parole di Peyremale.

Per i giorni in cui siete venuta, Vergine Maria,
per quelli in cui non siete venuta,
non vi saprò rendere grazie altro che in Paradiso.

Ma per lo schiaffo ricevuto, per le beffe, per gli oltraggi,
per coloro che mi hanno presa per pazza,
per coloro che mi hanno presa per bugiarda,
per coloro che mi hanno presa per interessata.
GRAZIE, MADONNA!

Per l’ortografia che non ho mai saputa,
per la memoria che non ho mai avuta,
per la mia ignoranza e per la mia stupidità, grazie!

Grazie, grazie, perché se ci fosse stata sulla terra
una bambina più stupida di me, avreste scelto quella!

Per la mia madre morta lontano,
per la pena che ebbi quando mio padre,
invece di tendere le braccia alla sua piccola Bernadette,
mi chiamò Suor Maria Bernarda: grazie, Gesù!

Grazie per aver abbeverato di amarezza
questo cuore troppo tenero che mi avete dato.

Per Madre Giuseppina che mi ha proclamata:
« Buona a nulla ».
GRAZIE!

Per i sarcasmi della madre Maestra, la sua voce dura,
le sue ingiustizie, le sue ironie,
e per il pane della umiliazione, grazie!

Grazie per essere stata quella cui la Madre Teresa
Poteva dire: « Non me ne combinate mai abbastanza ».

Grazie per essere stata quella privilegiata
dai rimproveri, di cui le mie sorelle dicevano:
« Che fortuna non essere come Bernadette.
Grazie di essere stata Bernadette,
minacciata di prigione perché vi avevo vista,
Vergine Santa!

Guardata dalla gente come bestia rara;
quella Bernadette così meschina che a vederla si diceva:
« Non è che questa?! ».

Per questo corpo miserando che mi avete dato,
per questa malattia di fuoco e di fumo,
per le mie carni in putrefazione,
per le mie ossa cariate, per i miei sudori,
per la mia febbre, per i miei dolori sordi e acuti,
GRAZIE MIO DIO!

Per quest’anima che mi avete data, per il deserto della aridità interiore,
per la vostra notte e per i vostri baleni,
per i vostri silenzi e i vostri fulmini;
per tutto,
per Voi assente e presente, grazie! Grazie o Gesù!

(questo vuole essere il suo testamento spirituale)

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Gesù Cristo

Posté par atempodiblog le 21 septembre 2008

GESU’ CRISTO
di Don Tonino Bello

Gesù Cristo dans Fede, morale e teologia Ges

Gioia. Niente musi lunghi. Si tratta di andare alla ricerca di una Persona, che è la fontana della gioia. Tutte le gioie della vita sono rigagnoli di questa fontana.

Esperienza. Ricordatevelo: Gesù non è una formula da imparare. E’ il Vivente che cammina con voi. E’ l’amico che vuole spartire tutto con voi: il pane, la strada, la tenda.

Sequela. Lui vi precede. E’ in testa alla carovana. Voi gli state dietro. Qualche volta potrete avere l’impressione di perderlo di vista, tanto è lunga la fila. Vi dico un segreto: tenete d’occhio quelli che, stando più avanti di voi, riescono a vederlo.

Unione. Non vi sbranate. E’ pericoloso. La strada è più percorribile e più sicura quando si cammina insieme. Sotto la guida dei vostri genitori. Con l’aiuto dei catechisti. Dietro l’esempio dei vostri sacerdoti.

Comunità. E’ una parola magica. Apre le porte del Regno. Gesù non si fa trovare da esploratori solitari, ma solo da comunità che cercano insieme.

Ricerca. Quanta fatica! Ma non vi scoraggiate. Gesù ama appostarsi dietro la siepe. Quasi sempre è la siepe più vicina. Come nel gioco del nascondiglio, sembra che goda della tribolazione della ricerca.

Itinerario. Ve lo dico: per afferrarlo, occorre camminare tutta la vita. Lui non si lascia prender una volta per tutte. Se pensate di cercarlo soltanto fino alla prima comunione o alla cresima, siete già fuori gioco. Sconfitti per squalifica. Vincerete una tappa, ma perdete il giro.

Scuola. Difficile, ma bella. Imparerete a pensare come pensa Lui. Ad amare come ama Lui. A giudicare come giudica Lui. Ad agire come agisce Lui. Per questo occorre anche tanto studio.

Tenacia. Non mollate. Puntualità, preghiera, grinta, passione, fedeltà agli incontri di catechesi: scandiranno la vostra crescita cristiana. Non trovate scuse per defilarvi dal gioco!

Opere. Le parole non bastano. L’albero si conosce dai frutti. Il vostro impegno catechistico sarà autentico se spunteranno gemme di decisioni forti e se, sui rami della vostra vita, matureranno i frutti della speranza.

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Il significato della vita

Posté par atempodiblog le 19 septembre 2008

 Il significato della vita dans Don Bruno Ferrero Il-significato-della-vita

Un professore concluse la sua lezione con le parole di rito: « Ci sono domande? ».
Uno studente gli chiese: « Professore, qual è il significato della vita? ».
Qualcuno, tra i presenti che si apprestavano a uscire, rise. Il professore guardò a lungo lo studente, chiedendo con lo sguardo se era una domanda seria. Comprese che lo era. « Le risponderò » gli disse. Estrasse il portafoglio dalla tasca dei pantaloni, ne tirò fuori uno specchietto rotondo, non più grande di una moneta. Poi disse: « Ero bambino durante la guerra. Un giorno, sulla strada, vidi uno specchio andato in frantumi.
Ne conservai il frammento più grande. Eccolo. Cominciai a giocarci e mi lasciai incantare dalla possibilità di dirigere la luce riflessa negli angoli bui dove il sole non brillava mai: buche profonde, crepacci, ripostigli. Conservai il piccolo specchio. Diventando uomo finii per capire che non era soltanto il gioco di un bambino, ma la metafora di quello che avrei potuto fare nella vita. Anch’io sono il frammento di uno specchio che non conosco nella sua interezza. Con quello che ho, però, posso mandare la luce, la verità, la comprensione, la conoscenza, la bontà, la tenerezza nei bui recessi del cuore degli uomini e cambiare qualcosa in qualcuno. Forse altre persone vedranno e faranno altrettanto. In questo per me sta il significato della vita« .

di Bruno Ferrero - Solo il vento lo sa

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Solo o insieme

Posté par atempodiblog le 18 septembre 2008

Solo o insieme dans Cardinale Gianfranco Ravasi Solo-o-insieme

Se vuoi arrivare primo, corri da solo. Se vuoi camminare lontano, cammina insieme. È un missionario di passaggio in Italia a segnalarmi questo bel proverbio del Kenya. Vediamo profilarsi, nella prima parte del detto, l’immagine della nostra società, modulata sull’individualismo aggressivo e competitivo. Sgomitare, calpestare, prevaricare per correre da soli e così essere primi: è un programma a cui ci ha abituato la civiltà contemporanea, nella convinzione che questa sia la via del successo. Con questa calamita dentro, ci muoviamo con frenesia e raggiungiamo anche mete alte in breve tempo. Ma c’è la seconda parte di quel proverbio ad ammonirci di un rischio che è sempre in agguato. Raggiunto il successo, ci si accorge subito che è breve e fragile, non ci accontenta ma ci inquieta, non estingue le aspirazioni ed ecco, allora, la possibilità della crisi, dell’insoddisfazione, dello stress da potere o da ricchezza. L’importante, infatti, per la creatura umana non è primeggiare ma attuarsi in pienezza. Come dice l’aforisma keniota, non è arrivare primo ma giungere lontano, fino alla perfezione. Ed è per questo che è necessario essere insieme. Nel tempo della caduta, se hai vicino l’altro che ti vuol bene, egli ti solleva e ti sostiene. Lascio la parola al poeta francese Paul Claudel (1868-1955): «La chiave di un uomo si trova negli altri: è il contatto con il prossimo che ci illumina su noi stessi, e da questo contatto scaturisce la luce su noi stessi» (in Memorie improvvisate).

 

di Gianfranco Ravasi – Avvenire

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« Ognuno » Nessuno

Posté par atempodiblog le 17 septembre 2008

 

Questa è la storia di quattro persone chiamate Ognuno, Qualcuno, Ciascuno, Nessuno.
C’era un lavoro urgente da fare e Ognuno era sicuro che Qualcuno lo avrebbe fatto. Ciascuno avrebbe potuto farlo, ma Nessuno lo fece. Finì che Ciascuno incolpò Qualcuno perché Nessuno fece ciò che Ognuno avrebbe potuto fare.

«Quest’estate mentre ero in ferie sui monti della Valsassina sulla porta d’ingresso del panificio di una località ho trovato esposta questa « storia » di autore ignoto, un testo originale e simpatico». Con queste righe un lettore di Vanzaghello (Milano) accompagna l’apologo morale che ho pensato di proporre all’inizio del nuovo anno. È una semplice parabola che registra una vicenda destinata a ripetersi chissà quante volte, incarnando quella malattia della società che è lo scaricabarile, l’inerzia, l’indifferenza, il ricorso all’alibi per sottrarsi a un impegno personale, destinato a creare un beneficio anche per gli altri. Noncuranza, trascuratezza, negligenza, disinteresse alla fine corrompono la democrazia, sporcano le nostre città, inquinano l’ambiente, debilitano la sensibilità etica. Si è pronti forse ad essere esigenti sui propri diritti, vomitando insulti di fronte alla più piccola difficoltà o contrarietà. Ma di fronte ai propri doveri si batte subito in ritirata accampando ogni genere di scusa. Lo scrittore inglese Oscar Wilde ironizzava affermando che «il dovere è quello che ci aspettiamo dagli altri». Proprio come suppone la storiella citata, emblema di un egoismo ottuso che scardina il tessuto della convivenza. Ritroviamo, perciò, la responsabilità dell’essere tutti un « 
Ognuno » con un compito, prima di diventare tutti un vuoto e inerte « Nessuno« .

di Gianfranco Ravasi – Avvenire

 

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Perché i cristiani contano meno degli orsi?

Posté par atempodiblog le 13 septembre 2008

Perché i cristiani contano meno degli orsi?
Il Cardinale Caffarra denuncia il silenzio dei media sulle persecuzioni in India

BOLOGNA, giovedì, 11 settembre 2008 (ZENIT.org).- Il 9 settembre scorso, in occasione della giornata di preghiera e di digiuno per i cristiani perseguitati nello Stato indiano dell’Orissa, il Cardinale Carlo Caffarra ha denunciato il “silenzio assordante dei media”, più preoccupati degli orsi che dei cristiani, ed ha spiegato “la grandezza del martire che smaschera la povera nudità del relativismo”.

Di fronte alla comunità di fedeli riunita nella Cattedrale di Bologna, l’Arcivescovo di questa città ha rivolto il proprio pensiero ai fratelli e alle sorelle indiani, perseguitati e martirizzati ed ha ribadito l’accorato appello del Santo Padre, sostenendo di volere con il “digiuno e la preghiera condividere la stessa passione di chi è perseguitato per il nome del Signore”.

Solidale e vicino alle sofferenze e ai disagi dei cristiani indiani, il porporato ha denunciato “l’assordante silenzio’ che i mezzi della comunicazione (esclusi quelli cattolici) [...] stanno mantenendo su queste gravi violazioni a fondamentali diritti della persona: il diritto alla vita, e il diritto alla libertà religiosa”.

“Questo ‘assordante silenzio’ ci dona materia di profonde riflessioni”, ha commentato il Cardinale Caffarra, che si è poi chiesto: “perché ci si mostra più preoccupati della sorte degli orsi polari che di uomini e donne colpevoli solo di aver scelto la fede cristiana?”.

L’Arcivescovo di Bologna ha cercato di spiegare questo comportamento precisando che “il martirio disturba gravemente chi ritiene che alla fine tutto è negoziabile; chi nega che esista qualcosa di indisponibile e che non può essere mercanteggiato”.

“Il martire – ha aggiunto – esalta la dignità della persona in modo che non può che essere censurato da chi pensa che alla fine l’uomo è solo un frammento corruttibile di un tutto impersonale. La grandezza del martire smaschera la povera nudità del relativismo”.

Il porporato ha quindi ricordato le vicende e l’insegnamento di Gesù, che è morto in Croce per salvarci ed ha spiegato che “i nostri fratelli e sorelle stanno percorrendo la via del Signore”.

“Essi sono il chicco di grano che caduto nella terra indiana, porterà molto frutto – ha proseguito –. Hanno ritenuto che è meglio, se così vuole Dio, soffrire operando il bene piuttosto che facendo il male”.

“I fratelli e sorelle perseguitati – ha concluso – ci stanno dando il più grande insegnamento sull’uomo, sulla sua dignità, sulla sua altissima vocazione”, per questo “non ci turbi più nulla, ma adorando solo Cristo nel nostro cuore, siamo pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in noi”.

Fonte: ZENIT.org

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